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LA SCUOLA
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Solidarietà Bambina
di Arturo Ghinelli - insegnante di Modena
Tra gli alunni della scuola elementare “Giovanni XXIII” la solidarietà ha il gusto del cioccolato o almeno questo è il gusto che le hanno voluto dare gli alunni delle classi quarte, cui toccava quest’anno condurre le iniziative per la raccolta di fondi a favore della scuola gemellata che si trova in Marocco.
Infatti il gemellaggio partì nel 2002, perciò per portare avanti per il quarto anno consecutivo la raccolta di fondi occorreva farsi venire una “buona” idea. L’idea è venuta agli alunni delle quarte dopo essere andati tutti insieme al cinema a vedere il film “La fabbrica di cioccolato” di cui si accingevano a leggere anche l’omonimo romanzo di Roald Dahl. Con l’aiuto disinteressato di ottanta tra nonne e mamme, è scattata l’operazione “cioccolato a merenda”, in base alla quale una mattina, all’ora della ricreazione, gli alunni di quarta, divisi in squadre, sono passati tra i compagni delle altre classi, che erano stati preavvertiti dell’iniziativa, a vendere una fetta di torta al cioccolato. Con i soldi ricavati sono stati comprati dei materiali scolastici: biro, gomme, matite, quaderni, astucci e zainetti. Tutti quegli oggetti che vengono usati quotidianamente dai nostri scolari e che invece solo raramente arrivano nelle mani dei settecento alunni della scuola “Khalid Ben El Walid” della città di Kenitra in Marocco. Perché proprio in quella scuola? Perché si era scoperto che è immigrato a Modena, dove vive e lavora, il figlio del direttore di quella scuola marocchina e perciò è stata scelta proprio la scuola di Kenitra per facilitare lo scambio dei materiali tra le due scuole. Ho parlato, non a caso di scambio, infatti il movimento dei materiali non è a senso unico Modena verso Kenitra, ma in entrambi i sensi.
Infatti dal Marocco sono arrivati disegni e piatti lavorati dai ragazzi, che ora fanno bella mostra di sé ne nell’ufficio della Direzione Didattica di Via Amundsen, ma anche le foto del Direttore Taibi Hakmaoui mentre consegna gli zainetti pieni di tutto ciò che può servire agli scolari più piccoli della sua scuola. Queste foto sono a disposizione di tutti i visitatori del sito della scuola modenese (www.modenaterzocircolo.org). Infine dalla scuola di Kenitra sono arrivati i libri di testo di primo livello per apprendere la lingua araba, che sono stati usati anche a Modena da quegli alunni che, da tre anni, frequentano il corso di lingua araba.
Del resto il corso proseguirà anche il prossimo anno nella scuola modenese, visto che dal Marocco è arrivato anche un maestro, il signor Lahcen Ennachiti, inviato sulla base di un preciso accordo tra l’ex Ministro Moratti e il Ministero degli affari culturali del Regno del Marocco.
Per paura che i soldi raccolti quest’anno con la cioccolata non bastassero, si è deciso di incrementarli con la vendita di un libretto che racconta di un altro gemellaggio delle classi quarte di”Giovanni XXIII”, questa volta con la scuola di una favela brasiliana di Rio de Janeiro; un gemellaggio tutto on-line fatto attraverso internet e in rete con Inghilterra, India, Senegal, Uganda oltre naturalmente a Brasile e Italia. Per questa ultima iniziativa gli alunni modenesi devono ringraziare i tanti modenesi che hanno accettato di buon grado di rispondere positivamente all’appello rivolto loro dagli alunni delle classi quarte della scuola elementare “Giovanni XXIII”.
19/02/07
INTERVISTA A GINA, UNA RAGAZZA AMERICANA
Di Yatsukovich Tatyana
Gina è una ragazza laureata in America; un master a Milano, in “Economia e relazioni internazionali”. E’ mamma da pochi mesi, ha un sorriso splendente e trasmette serenità. Suo marito è italiano e il figlio deve condividere i nonni tra New York e Carpi. Prima o poi i genitori si chiederanno “Dove e come studierà?”.
Gina, adesso hai 26 anni, ma ricordi ancora come è stato il tuo percorso “formativo”?
Sì, certo. Nel nostro paese a cinque anni un bimbo va al “Kindergarten”; dai sei ai dodici anni alla “elementary school”; dai dodici anni circa fino ai quattordici va alla “Middle school” che corrisponde alla scuola media italiana. Fino ai diciotto anni resta nella scuola superiore, la “high school”, e dai diciotto ai ventitue anni può frequentare l’university. Dopo l’università si può continuare con il “graduate school”, che dura dai due ai quatro o cinque anni, a seconda del titolo accademico che si vuole conseguire. Un master normalmente dura due anni.
Le strutture sono pubbliche o private?
Ne esistono di vari tipi. Nelle città grandi ci sono anche le scuole pubbliche che funzionano abbastanza bene.
E il tuo piccolo dove lo farai studiare?
Per ora cerco di parlargli in inglese, mentre papà e i suoi familiari gli parlano in italiano. Dicono che se c’è la stessa persona che parla al bimbo in una seconda lingua – in questo caso sarei io – sin da piccolo riesce a distinguere le due lingue e non fa confusione. Così avrà due lingue madri e da grande potrà scegliere la sua strada.
Tu, come mamma, cosa gli suggeriresti?
Conosco un’altra coppia, lei americana e lui italiano: il bimbo ormai frequenta le superiori. Un giorno siamo entrati in argomento e mi ha confidato di volere frequentare le superiori in Italia e l’università in America. “Hai capito tutto” gli ho detto io. Penso che sarà la stessa cosa anche per il mio piccolo: forse fino alle superiori qui, poi in America.
Come mai questo scoraggiamento verso l’università italiana?
Non lo so, perché io non l’ho frequentata in Italia, ma vedo che ci sono tanti abbandoni e gli studenti hanno molte difficoltà. Forse è più difficile? Sinceramente anche per me non è stato facile: dovevo studiare tantissimo ed avevo poco tempo libero. C’erano dei ritmi frenetici, insomma si correva. E poi in America l’università costa molto, molto più che in Italia e si sente la pressione della famiglia, dei genitori. Così hai voglia e sei costretto a laurearti il più in fretta possibile.
Ma anche nella società si dà un valore importante alla laurea, è una dimostrazione della tenacia e dell’impegno di una persona. A Carpi invece ho avuto l’impressione che non si apprezzi più di tanto questo titolo di studio. Conosco pochi laureati anche fra le persone che hanno già un buon lavoro.
Forse i costi non permettono a tutti di accedere all’università?
Ripeto, secondo me, in proporzione, il costo dell’università in America è molto più alto.
Ci sono dei vincoli sugli anni?
No, se sei veramente bravo puoi laurearti in un minor numero di anni, ad esempio in tre piuttosto che quattro, ma non è facile.
Com’è l’anno accademico tipo?
Ogni dieci settimane ci sono circa quattro corsi, ogni corso è suddiviso in due esami: intermedio e finale.
Come viene valutato un esame?
Il giudizio viene espresso in percentuale. Per ogni percentuale si dà un certo punteggio, ad esempio se hai 100% prendi 6 punti, se hai 80% prendi 4 punti, ecc.
Mi sembra che sia simile al nuovo sistema universitario italiano basato sui crediti. Ci sono materie “leggere” che valgono 3-4 crediti formativi, alcune particolarmente “toste” possono arrivare a 8-9 crediti. Per laurearsi servono ad esempio 180 crediti della laurea triennale, però non c’è nessuna relazione tra il voto e il numero di crediti: se un esame vale 5 crediti sia prendendo 18 (sufficienza) che 30 (il voto massimo) l’esame avrà sempre 5 crediti.
No, in America i punti che ti danno per ciascun esame dipendono dalla preparazione e dalla percentuale ottenuta.
Se hai uno scarso risultato, avrai pochi punti e quindi pochi “crediti” per quell'esame, di conseguenza per raggiungere un certo punteggio necessario per la laurea dovrai dare molti più esami?
Esatto.
Questa è una differenza notevole. In Italia, se ti occorrono 180 crediti, il numero di esami è fisso; in America meglio fai ciascun esame, maggior punteggio ottieni, quindi devi sostenere un minor numero di esami. Diventa importante anche a breve termine il “come” li sostieni.
Ma il bimbo di Gina comincia a richiamare l’attenzione della mamma: è ora dell’allattamento. Ci salutiamo ringraziandoci reciprocamente per una piacevole chiacchierata.
29/12/06
Facilitatore linguistico: un profilo professionale non ancora conosciuto
Di Giulia Zoboli
La normativa italiana sull’inserimento degli alunni stranieri nella scuola invita a predisporre interventi rivolti a singoli individui, o a piccoli gruppi, per facilitare l’apprendimento della lingua italiana. Ma, in concreto, esiste un profilo professionale riconosciuto? Quali sono i requisiti e le competenze richieste a chi svolge tale funzione nelle scuole italiane?
Se rispetto a quest’ultimo quesito non sono ancora state formulate chiare definizioni, è possibile elencare a chi, di fatto, viene affidato questo compito. Si tratta, prevalentemente, di “insegnanti distaccati su progetto, insegnanti di classe in orario aggiuntivo e altri operatori quali insegnanti in pensione, docenti che lavorano presso i centri territoriali di educazione permanente, laureati in lingue, educatori professionali, volontari”, (G. Favaro “Insegnare l’italiano agli alunni stranieri. Insieme”, La Nuova Italia, Milano, 2002).
Quello dell’insegnante di italiano come seconda lingua, o “facilitatore linguistico”, è uno dei nuovi profili professionali che, proprio come quello del mediatore linguistico-culturale, sta acquisendo un peso sempre maggiore in una società, come quella italiana, che sempre più spesso viene definita “multiculturale”.
Mi chiamo Giulia, ho 25 anni e ho iniziato lo scorso Ottobre l’esperienza di facilitatrice linguistica nella scuola media inferiore “G. Leopardi” di Castelnuovo Rangone (Modena). Pochi mesi dopo la laurea ho deciso di inviare il mio curriculum vitae a Overseas, un’organizzazione di Spilamberto che si occupa di sviluppo globale in Paesi extra-europei e che opera anche nel locale in un ambito che può essere genericamente definito come quello dell’integrazione dei cittadini stranieri.
E’ iniziata così la mia avventura nel mondo della scuola come figura esterna che, in giorni e orari concordati con i docenti, insegna italiano come L2. Si tratta di un’esperienza estremamente stimolante che mi mette nella condizione di misurarmi continuamente con me stessa, con i miei limiti e le mie aperture, con i vantaggi e gli svantaggi che derivano dal percorso di studi e di vita che ho fatto fino a questo momento. E’ un’esperienza che mi appassiona, mi assorbe e mi coinvolge su diversi fronti.
Lavoro con un gruppo formato da sei ragazzini e due ragazzine di provenienze molto diverse: Tunisia, Marocco, Ghana, Senegal, Moldavia, Albania e India. Le lezioni con loro trascorrono spesso veloci. Accanto ai momenti di lavoro ritaglio spazi per la conversazione (la produzione orale è fondamentale) e alcuni giochi mirati a consolidare ciò che apprendono. E’ soprattutto grazie a questi momenti di “chiacchiere” e di divertimento che mi relaziono con loro, imparo a conoscerli, scambio informazioni e, perché no, soddisfo le mie curiosità.
La maggiore difficoltà che ho incontrato, e che non ho ancora del tutto superato, è quella di calarmi in un ruolo. Tutto ciò non si verifica solo perché non ho mai insegnato (trovarsi all’improvviso dall’altra parte della barricata, in effetti, ha provocato in me un certo disorientamento), ma anche perché ho scoperto di avere difficoltà ad entrare in un ruolo in quanto tale. Ciò che più mi ha colpita durante le prime lezioni che ho tenuto è stata la sensazione che i ragazzi si aspettassero da me che mi conformassi ad esso. Ho presto capito che finché non avessi dimostrato di riconoscerlo e di sapermelo “cucire addosso” sarebbe stato complicato ottenere il riconoscimento delle mie competenze sia da parte dei miei alunni che degli altri docenti.
Sto cercando, quindi, di costruirmi una mia identità sul lavoro che, tuttavia, non coincida totalmente con quella dell’insegnante anche in virtù del fatto che opero in piccoli gruppi di alunni e non in una classe. Impossibile, insensato e innaturale assumere un atteggiamento “distaccato”: ho il tempo di imparare a conoscere e interagire con tutti i miei alunni nel corso di ogni lezione.
Il facilitatore, poi, ha il compito primario di motivare gli studenti: è quello che, in maniera piuttosto spontanea, ci si trova a fare interpretando, così, un bisogno degli alunni. Ecco che la dimensione del ruolo finisce per sfumare in una molto diversa, quella in gergo sociologico viene definita della “persona”. L’aspetto fondamentale diventa, quindi, riuscire a mettersi in gioco nelle relazioni con gli alunni. In certi momenti è difficile e sembra rappresentare la via più tortuosa per ottenere risultati banali come il silenzio o lo svolgimento dei compiti a casa. Tuttavia le soddisfazioni che derivano da questo tipo di approccio mi sembra siano tante e che spesso vadano oltre la registrazione di nuove abilità linguistiche acquisite dagli studenti.
A questo punto verrebbe da chiedersi: che fine fanno gli abusati concetti di diversità e di cultura? Ebbene, ho smesso di pensarci dopo poche ore di lezione.
16/03/06
L’ospite di oggi....
Due chiacchiere nei corridoi dell’Università
di Tatyana Yatsukovich

L’ospite di oggi è un ragazzo camerunese. Si chiama Fifen Njikam (cognome) Younchahou (nome), però tutti lo chiamiamo Fifen, un po’ perchè Fifen ci pare più simile a un nome di battesimo e un po’... per pigrizia (non vogliamo affaticare la lingua). Capita spesso con le nuove conoscenze straniere, fateci caso...Un malcostume che dovremmo imparare a perdere.Comunque lui non si offende.
-Fifen, raccontami di te, quando sei nato e dove, come sei finito a Modena, c’è un sacco di strada dal tuo paese a qui.
-Sono nato a Foumban, nel ‘79, in una piccola cittadina nella regione che si chiama Ovest.
-Ovest? Che fantasia!
-Si, ci sono 10 regioni (ma noi le chiamiamo province) in Camerun, sia la suddivisione sia la nomina di molte di loro sono avvenute durante il dominio francese, anche se alcune continuano a conservare il nome dialettale popolare.
-Com’ è la tua città?
-La mia città fu occupata dai francesi dopo la I° Guerra Mondiale, prima c’erano tedeschi, ma il nome di Camerun lo hanno dato i portoghesi, significa “Gamberetto”. Nonostante questo nome curioso è una città molto tradizionalista, ha conservatousi e costumi, molti europei vengono a vedere le “cose” tipiche di quel posto.
-Che lingua si parla?
-Esiste la nostra lingua, il bamin, ma attualmente è più parlata che scritta. A scuola si studia in francese.
-Sono molto interessata all’organizzazione della scuola negli altri paesi e per questo sto facendo una serie di interviste ad universitari stranieri. In Camerun com’è strutturata la scuola?
-Rispecchia il modello francese. Dall’asilo si passa alla scuola elementare, con un primo diploma a 11 anni, poi si passa alla scuola media o liceo, questi non sono distinti. Si studia per altri 8 anni, negli ultimi 4 si può scegliere un indirizzo “approfondito”. Io avevo scelto quello scientifico. Si studiavano a fondomatematica, chimica, fisica, geografia, filosofia.
-Ti piace la filosofia? Ti ha colpito qualche pensiero filosofico in particolare?
-Ho studiato con interesse Socrate, insegnava ad avere coscienza della propria ignoranza, diceva: “So di non sapere…” e poi ho amato Galileo, mi è rimasta in mente anche la frase: “Non esiste l’aggettivo per definire l’uomo”.
-Conosci qualcosa della letteratura italiana?
-Purtroppo no, ho studiato quella francese, ma non mi coinvolgeva molto.
-Che immagine avevi dell’Italia prima di venire qui?
-Molti paesi europei avevano conquistato altri paesi in Africa o in Asia, l’Italia era l’unica che ci aveva provato ed era andata male, ci faceva ridere la sua impresa in Etiopia. Simpatica. Ai mondiali del ’90 tifavo per l’Italia, mi piacevano. E poi le canzoni italiani sono troppo belle. Quando non conoscevo la lingua non capivo che cosa dicessero, ma sembrava che il messaggio arrivasse fino al cuore lo stesso. Mi colpiscono molto.
-Tu ora sei iscritto alla facoltà di ingegneria, che cosa desideri dal futuro?
-In Camerun volevo studiare medicina, ma non ho avuto il punteggio abbastanza alto per poter frequentare quella facoltà, così mi sono iscritto alla facoltà di chimica, ma dopo 3 anni ho smesso perchè volevo studiare ingegneria. Grazie ai miei amici ho saputo dell’Università di Modena. Mi piaceva l’idea di studiare in una città non troppo grande, senza troppe distrazioni, dove ci si può concentrare meglio sullo studio. Per ora lo studio è abbastanza teorico. Vorrei consolidarlo con la pratica.
-Hai ottenuto una borsa di studio?
-Prima di venire in Italia per un anno ho frequentato il centro culturale italiano presso l’ambasciata italiana in Camerun, mi hanno aiutato a preparare tutti i documenti.
-Ora che sei qua e hai la possibilità di conoscere meglio la società italiana, come ti trovi?
-All’inizio ho fatto fatica per via della lingua. Capisco la matematica, ma quando c’è da parlare mi perdo, comunque i professori nella maggior parte sono molto gentili. Quelli che sanno il francese consigliano testi in francese, permettendo un inserimento meno brusco.
-Ti sei fatto qualche amicizia nuova con altri studenti italiani?
-Sì, ci salutiamo, parliamo, ma non è facile instaurare un rapporto di amicizia profondo. Probabilmente sempre a causa della lingua. Non so cosa gli altri pensano di me. Forse non conosco ancora bene questa società.
-Hai subìto qualche episodio spiacevole di razzismo?
-Sono qui da poco ma incomincio a credere che certa gente qui ha dei pregiudizi verso le persone di colore. Un amico aveva la fidanzata italiana. Stavano bene assieme, ma lei non ha resistito alle pressioni dei coetanei e lo ha lasciato. Certo uno strano episodio mi è capitato... Come tutti gli studenti ho una tessera universitaria che permette di avere l’abbonamento agevolato per il trasporto pubblico. Questo, come è ovvio, mi permette di non fare il biglietto quando salgo. Bè..una volta viaggiavo in autobus, e a un certo punto una signora anziana si avvicina gridando “Allora lo paghi questo biglietto...Sono sicura, sicura, che sei senza il biglietto!”. E via a gridare. Stavo pensando ai fatti miei, stavo pensando agli esami e non capivo perché stesse urlando così. Non ho risposto nulla. Ho guardato intorno, ma non c’era nessun altro. Ero allibito. Ecco questa è la mia esperienza, la mia prima esperienza di disagio a causa dei pregiudizi...
-Grazie, Fifen. Non te la prendere con la signora, evidentemente lei non ha studiato Socrate, altrimenti qualche dubbio le sarebbe sorto e non sarebbe stata così certa delle sue parole. Se potesse conoscerti di persona ti tratterebbe con ben più delicatezza. Auguri per il tuo futuro!
Cari lettori, se avete qualche interesse particolare e vi piacerebbe approfondire le vostre conoscenze sugli argomenti trattati in questo articolo (scambi universitari, sistemi scolastici di vari paesi,Università di Modena, ecc.. ), scrivete a info@pipol-integra.it
28/02/05
Qual è la cosa più preziosa?
Antica favola della regione di Ossezia, dedicata ai bambini di Beslan
raccontata da Tatyana Yatsukovich
Tanto tanto tempo fa c'erano in un villaggio due giovanotti.
Tutte le volte che si incontravano parlavano volentieri.
“Eh - diceva il primo - se avessi 100 cavalle diventerei l'uomo più felice della terra”.
L'altro diceva: “Cavalle? Non è niente...Ecco, se io avessi 100 amici fedeli, allora sarei la persona più felice di tutti”.
“No - diceva il primo - le cavalle sono molto meglio”.
“No -ribatteva il secondo - gli amici fedeli sono i più preziosi”.
Qual è dunque la cosa più preziosa per l'uomo?
Discutevano a lungo e, finalmente, un giorno decisero:
“Che ognuno di noi parta per un lungo viaggio! Chi ha bisogno delle cavalle che raccolga le cavalle, chi ha bisogno degli amici del cuore che cerchi gli amici”.
Poi ognuno partì per la sua strada.
Quanto tempo passò? Tanto o poco, non importa, ma tornarono al villaggio e cominciarono a porre delle domande, uno all'altro:
“E allora, sono andate a buon fine le tue ricerche?”, chiese il primo giovanotto.
“Benissimo - rispose il secondo - ho trovato 99 amici. E tu cosa dici?”.
“Anche la mia ricerca è andata bene, ho trovato 99 bellissime cavalle”.
Allora il secondo rispose: “Se ti manca solo una cavalla, te la regalerò io, la più bella che ho e la più veloce”.
“E io sarò un tuo amico fedele”, disse il primo giovanotto.
“Che bello! Adesso ho 100 amici! Non sono l'uomo più fortunato del mondo?”.
“Ed io ho 100 cavalle. Chi è il più felice di me?”.
Il primo giovanotto disse alla madre:
“Non è per niente che sono stato via così a lungo! Guarda quante belle cavalle ho trovato! Non è questa la felicità? Ma fra poco sarò ancora più ricco, ancora più felice, perchè fra un anno ogni cavalla mi darà un cavallino. Passerà qualche anno ed avrò la mandria di cavalli più grande di tutto il nostro villaggio!”.
La madre lo ascoltò e condivise la sua gioia.
Il secondo giovanotto andò dalla madre e cominciò a descrivere il suo lungo viaggio.
Raccontò dov’ era stato, che cosa aveva visto, chi aveva conosciuto e con chi aveva stretto amicizia.
“Adesso sono il più felice, ho esattamente 100 amici!”.
La madre lo ascoltò, pensò per un po' e poi disse:
“Tutto questo va bene, figlio mio, ma ascolta questo mio consiglio: innazitutto fai una prova ai tuoi amici, vedi sui fatti, non solo sulle parole, se sono veramente degli amici fedeli; solo dopo potrai dire che sei felice”.
“Ma come potrò saperlo?”.
La madre gli rispose: “Prendi il cavallo, vai in tutti i villaggi dove sei stato e di’ che hai avuto una disgrazia ed hai perso tutto. Vediamo come reagiranno i tuoi amici“.
Il figlio preparò il cavallo e partì galoppando per diffondere la notizia sulla disgrazia fittizia...
Quella stessa notte, al primo giovanotto successe un guaio vero: gli abreki (*) rubarono tutte le sue cavalle e al mattino lui si accorse che aveva perso tutto ed era diventato povero, come lo era prima.
Cominciò a correre qua e là, chiedendo se qualcuno aveva visto dove gli abreki avevano portato la sua mandria, descrivendo i segni particolari delle cavalle, ma sentendo ovunque le stesse parole:
“Non abbiamo visto, non sappiamo”.
Così con nulla in mano ritornò a casa sua. Si sedette, con la testa fra le mani e disse: “E' sparita lamia felicità! Si è fatta vedere per un attimo ed è svanita. Adesso sono l'uomo più infelice del mondo!”.
Anche il secondo giovanotto tornò nel villaggio e disse alla madre:
“I miei amici sono dei veri amici! Avresti dovuto vedere come sono diventati tutti tristi! Ognuno ha incominciato a offrire soldi, vestiti, cavalli. Io rifiutavo, dicendo che non hobisogno, ma loro non volevano ascoltare. Ecco, guarda tu stessa”.
La madre vide da tutte le parti arrivare persone verso il villaggio. Qualcuno portava il bestiame, qualcuno pane, qualcuno volatili, altri vestiti, altri ancora stoviglie.
Arrivarono in casa e dissero:
“Non rifiutare, fratello, non ci offendere col tuo rifiuto”.
La madre e il figlio ringraziarono, pregando di portare tutto indietro.
“Volevamo solo fare una prova” disse la madre.
Ma gli amici non vollero ascoltare, e lasciarono i regali, augurando tanta fortuna e ripartirono per i loro villaggi.
“Dicevi la verità, figliuolo mio - disse la madre - questi sono degli amici fedelissimi. Puoi ritenerti felice”.
E poi raccontò al figlio, come gli abreki avevano derubato il suo amico nella notte. Così il figlio decise di dare tutto quello che aveva ricevuto al suo amico, dicendo:
“Non essere triste! Sappi che quando l'uomo ha un amico, non rimarrà mai nei guai”.
“Giusto - disse il primo - adesso lo vedo anch’ io che la cosa più preziosa non è la ricchezza, ma l'amico fedele.Me l'hai mostrato tu con il tuo esempio!"
Niente potrà mai far ritornare felici le persone dell'Ossezia, anche se in questi giorni il territorio conta molti amici ricevendo la solidarietà da tutte le parti del mondo, Italia compresa.
Chissà se questa favola veniva ancora raccontata ai bimbi della scuola di Beslan, ai bimbi che sono stati sepolti.
Ma se a qualcuno la favola piace, potrebbe raccontarla ai figli o ai fratelli, rendendo così omaggio al piccolo popolo e alla loro cultura.
(*) Abrek - briganti, ribelli, che vivevano in passato nelle popolazioni del Caucaso del Nord, esiliati dalla famiglia, che conducevano una vita raminga o irregolare. Durante l'epoca di fondazione dello zarismo russo nel Caucaso, abrek venivano chiamati anche tutti coloro che combattevano da soli contro il regime zarista. I popoli del Caucaso hanno un folclore ricco dedicato a questi singoli guerriglieri.
(22/02/05)
Prove tecniche di mediazione
Apre lo “sportello
mediazione” alle scuole di Novi, in provincia di Modena
di Jabran Fazal
Primo esperimento di
mediazione linguistico-culturale alla scuola di Novi di Modena
(Istituto Comprensivo G. Gasparini) aperto a famiglie, studenti e
docenti.
Novi, una piccola cittadina in provincia di Modena, conta uno studente
di origine straniera su quattro. La comunità più numerosa
della zona è quella pakistana che da qualche anno è in
crescita esponenziale.
L'idea di istituire uno sportello di mediazione culturale è
della dirigente dell'Istituto, Paola Cavicchioli, che in questa sua
avventura ha potuto contare sulla collaborazione dell'Assessorato alla
Pubblica Istruzione del Comune di Carpi che si occupa di offrire il
servizio di mediazione culturale alle scuole del distretto carpigiano.
Il servizio di mediazione è stato articolato in 5 incontri di
quattro ore ciascuno che, per il momento, si sono tenuti di sabato
mattina. Queste quattro ore sono state suddivise in due momenti
distinti: le prime due ore dedicate agli studenti e ai docenti e le ore
successive alle famiglie.
Nelle prime due ore si sono evidenziati i “problemi” di
carattere culturale o etnico che gli studenti incontrano e nelle due
ore successive si sono cercate le possibili soluzioni assieme alle
famiglie. Ma quali sono i problemi incontrati? I professori lamentano,
ad esempio, scarsa attenzione al materiale scolastico da parte dei
ragazzi, molte ragazze per motivi culturali o religiosi non partecipano
alle lezioni di educazione fisica, l'educazione musicale a scuola non
è apprezzata, e cose di questo tipo.Ciò certamente
dipende dalle abitudini acquisite nei relativi contesti familiari e
culturali di appartenenza, considerate ovvie in una certa cultura e
disdicevoli o inopportune in un'altra cultura e difficilmente messe a
confronto.Grande interesse e simpatia ha suscitato l'intervento in
classe del mediatore pakistano Jabran Fazal che ha tentato di
rispondere alle questioni sollevate valorizzando, in egual misura, la
cultura d'origine dei giovani immigrati e al tempo stesso la cultura
del paese d'accoglienza.A onor del vero va detto che il lavoro del
mediatore è stato favorito dalla grande disponibilità
delle famiglie e dal personale della scuola.
“Sono molto soddisfatta di questo esperimento” ha detto
Paola Cavicchioli, dirigente dell'Istituto “questo servizio ha
avuto un successo superiore ad ogni aspettativa e ci ha permesso di
cominciare a dialogare in maniera facile e positiva con i genitori. Il
rapporto che si è creato con i genitori degli alunni ci ha anche
permesso di raccogliere facilmente fondi per iniziative particolari da
svolgere a scuola, cosa che normalmente risultava complicata”.Ora
le incomprensioni iniziali causate dalle differenze culturali sembrano
in gran parte superate, ma di lavoro da fare ne resta ancora molto.
Presto si darà avvio ad un progetto di alfabetizzazione per i
nuovi arrivati.
Bambini stranieri a scuola,
l'Emilia-Romagna è prima in Italia
E' quanto emerge dal rapporto della
Caritas. Borghi: "la nostra regione si conferma tra le prime d'italia
come capacita' di integrazione"
Sono oltre 263mila gli stranieri presenti
regolarmente in regione, pari al 6,46 per cento dei residenti, con un
incremento di circa il 45 per cento tra il 2002 e il 2003.
L'Emilia-Romagna, pur essendo la quarta regione italiana per incidenza
percentuale di cittadini stranieri, risulta la prima per incidenza
percentuale dei bambini stranieri nelle scuole E' quanto emerge dal
rapporto annuale sull'immigrazione curato dalla Caritas e presentato
nei giorni scorsi a Roma. Dalla ricerca risulta che i permessi di
soggiorno per motivi di lavoro sono oltre il 76 per cento del totale,
contro un valore nazionale del 73,4 per cento. Il gruppo continentale
più numeroso è quello europeo con il 44 per cento dei
permessi di soggiorno che supera nettamente quello africano (poco
più del 33 per cento del totale) grazie alla presenza di molte
donne dell'est assunte come assistenti familiari e colf..
"I dati che indicano un aumento del fenomeno migratorio in tutta Italia
ed anche in Emilia-Romagna, dove si è giunti al 6,4% della
popolazione – commenta l'assessore regionale alle Politiche
sociali e Immigrazione della Regione Emilia-Romagna, Gianluca Borghi
– non ci sorprendono perché confermano la stabilità
di un fenomeno che già da alcuni anni ha abbandonato le
caratteristiche dell'emergenza".
"Ciò – continua Borghi – è un riconoscimento
al lavoro di questa legislatura, dove siamo stati la prima Regione
d'Italia a costituire un osservatorio regionale e nove osservatori
provinciali, dove abbiamo sviluppato cinque annualità di
progetti sull'integrazione che coinvolgono ormai quasi tutti i comuni
della regione". E dove, aggiunge l'assessore, "abbiamo approvato nel
marzo scorso una legge che avvia tra l'altro una consulta regionale
sull'integrazione degli immigrati, un centro regionale contro le
discriminazioni ed un programma triennale interassessorile".
Per Borghi "la crescita dei bambini stranieri nelle scuole e delle
assistenti famigliari degli anziani, dimostra come ormai il fenomeno
migratorio si stabilizzi, andando oltre gli stereotipi che qualcuno
cerca sempre di imporre".
"Il mercato del lavoro dell'Emilia-Romagna - conclude l'assessore
all'Immigrazione - richiede lavoratori in quantità ben superiore
alle quote concesse dal Governo e senza che ciò danneggi in
alcun modo la manodopera locale.Una politica restrittiva non fa che
ingrossare le file della clandestinità e del lavoro nero. Lo
sforzo della Regione Emilia-Romagna proseguirà con forza su
questi temi, perché la mancata integrazione degli stranieri
avrebbe costi sociali altissimi".
ARCHIVIO
Uscire dall'invisibilità. La condizione in Italia dei bambini e degli adolescenti di origine straniera. Analisi, buone pratiche, prospettive
Modena. Il giorno 29 settembre 2006 si terrà a Modena presso il Centro Culturale Francesco Luigi Ferrari, il II° convegno interregionale organizzato da Caritas Italiana e UNICEF Italia dal titolo: "Uscire dall'invisibilità. La condizione in Italia dei bambini e degli adolescenti di origine straniera. Analisi, buone pratiche, prospettive".
Scopo del convegno è quello di sollecitare un dibattito sui temi relativi alla presenza dei minori stranieri in Italia e stimolare le istituzioni, le autorità locali, il mondo della ricerca e l'associazionismo ad avviare nuove forme di collaborazione a favore dei diritti dei minori stranieri. Durante la mattinata interverranno esperti dei settori scuola, famiglia, devianza e salute. Nel pomeriggio saranno organizzati workshops durante i quali apriranno i lavori rappresentanti di enti locali e associazioni. Tale iniziativa vuole essere un'occasione per promuovere lo scambio di buone pratiche e di conoscenze sul tema.
Il convegno è il secondo di tre convegni interregionali (il primo si è tenuto a Roma ed il terzo si terrà al Sud) ed è rivolto in particolar modo, alle realtà locali delle regioni del Nord Italia.
L'invito è aperto a tutti coloro che a vario titolo, lavorano nel settore dell'immigrazione e nella promozione dei diritti dei minori.
Durante la giornata verrà presentato il rapporto Caritas UNICEF sui minori di origine straniera “Uscire dall’invisibilità”.
Presto si renderà noto il programma del convegno; intanto, per ricevere informazioni è possibile chiamare i numeri 06/47809220 o 06/47809212 e scrivere all’indirizzo e-mail diritti@unicef.it
09/08/06
Genitorialità, adolescenti migranti e società di accoglienza
Costruzioni e pratiche dell’identità e delle appartenenze
Bologna. L'Associazione Diversa/mente organizza questo convegno il giorno 29 settembre 2006, dalle ore 9 alle ore 18, presso la Sala “Silentium", Vicolo Bolognetti 2, a Bologna.
L’incontro si rivolge prevalentemente agli operatori dei servizi, delle cooperative, dell’associazionismo e agli insegnanti che si trovano direttamente coinvolti nella gestione delle problematiche multiculturali, e si inserisce all’interno delle iniziative di formazione sui temi della famiglia e dei minori stranieri organizzate dall’Istituzione “G. Minguzzi.”
Obiettivo del seminario è approfondire i processi attraverso cui si costruiscono i percorsi identitari degli adolescenti migranti, con particolare riferimento alle difficoltà dei genitori nella migrazione e alle forme, spesso sottili, di violenza istituzionale, sociale e interpersonale.
Per informazioni:
www.associazionediversamente.org.
info@associazionediversamente.org
09/08/06
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