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Il ruolo della mediatrice culturale: storie di vita dei piccoli e piccolissimi pazienti del reparto di Neonatologia del Policlinico di Modena

di Barbara Poplawska

Tratto da “Pollicino. Il giornalino della Neonatologia e di Pollicino”

Forse non tutti sanno che presso il Policlinico di Modena esiste un Ufficio di Mediazione Culturale, gestito dalla Cooperativa Sociale “Integra”, che risponde alle richieste di mediazione linguistica e interculturale dei numerosi reparti dell’Ospedale, tra cui quello di Neonatologia.
In quali occasioni viene richiesto l’intervento di una mediatrice culturale presso il reparto di Neonatologia? rivolgo la domanda alla mediatrice di lingua araba,
Randa Bunni, che da quattro anni lavora nell’Ufficio. Nella maggioranza dei casi il nostro intervento ha inizio nel reparto Nido dell’ospedale, quando la madre straniera viene dimessa e il neonato, che presenta qualche problema più o meno grave,deve essere trasferito in Neonatologiaper cure successive. Spesso si tratta di bambini prematuri che devono essere messi in incubatrice o di neonati che attendono un intervento chirurgico o devono seguire una particolare terapia.
Quale ruolo svolge la mediatrice culturale?
La mediatrice deve facilitare la comunicazione tra il personale sanitario dell’ospedale e la madre, che non parla affatto l’italiano o non si esprime correttamente. Deve assicurarsi che l’informazione medica sia chiara e deve informarla sugli orari e sulle modalità delle visite per non creare difficoltà ai medici e alle infermiere nello svolgimento del loro lavoro.

Anche nei casi in cui i genitori conoscono un poco la lingua italiana - aggiunge Khira Labidi, un’altra mediatrice di lingua araba - i medici ci confermano che il rapporto con la famiglia migliora quando è presente la mediatrice culturale.

Qual è la funzione più importante della vostra professione? domando ad Aigbe Eunice, la mediatrice di lingua nigeriana.

Senza dubbio, la parte più rilevante consiste nel dare sostegno morale alle famiglie, tenendo conto delle diversità culturali che, nel caso delle donne di provenienza araba e africana, sono molto forti.

Alle madri straniere io cerco di spiegare la situazione in parole semplicie offro la mia disponibilità per qualsiasi cosa, per tutto il periodo diricovero.

La vostra relazione con i pazienti finisce quando il bambino viene dimesso? chiedo a Randa.

No, il contatto con la famiglia può durare anche diversi anni, perché i genitori mi considerano una specie di amica, una persona fidata e responsabile, che è rimasta loro vicina in un momento così delicato e difficile della loro vita. Mi chiamano per raccontarmi come cresce il bambino, mi chiedono di prendere gli appuntamenti per le successive visite di controllo e, a volte, succede anche che si rivolgano a me quando il bambino presenta qualche malessere; ovviamente, in tali occasioni, consiglio di rivolgersi al pediatra.

Ho seguito il caso – racconta Randa – di un bambino arabo nato con gravissime malformazioni cerebrali. Sua madre era appena arrivata in Italia, viveva lontano da Modena, non aveva amici e, in questa situazione, si è sentita sola e persa. Accettava la realtà con le lacrime e senza parlare. Avevo un contatto quotidiano con questa donna. Quando non riusciva ad arrivare in ospedale le comunicavo telefonicamente lo stato di salute del bambino. Sono diventata il suo primo e più importante punto di riferimento edanche dopo la morte del neonato siamo rimaste in contatto.

Vi capita , immagino, di vedere anche delle situazioni famigliari complicate; operate sempre da sole?

No, operiamo in modo integrato con tutti gli operatori (medici, personale infermieristico, psicologa, assistente sociale) per programmare interventi di assistenza anche dopo le dimissioni.

Recentemente ci siamo adoperate per portare a compimento le pratiche per il ricongiungimento familiare della sorella di una donna nigeriana, madre di un bambino nato con gravi problemi respiratori. Questo ha comportato un lavoro di rete con altri servizi locali: questura, centro stranieri, ecc.

Riflettendo sulle parole delle mediatrici, mi rendo conto che il loro lavoro richiede passione, una grande sensibilità d’animo e professionalità. Ringrazio tutte per il tempo concessomi, date anche le numerose chiamate d’emergenza che le mediatrici ricevono ogni giorno. Buon proseguimento del lavoro ragazze!


Comunità Pakistana

Ottobre 2005: a Modena un convegno per comprenderne la medicina, la cultura e per favorire l'accesso ai sanitari

di Bonacini Silvia

Storia della migrazione, presenze e reti sociali

A partire dai primi anni ’90, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, come l’Inghilterra, l’Olanda, la Germania, la Francia, l’Italia è divenuta una delle mete d’approdo dell’immigrazione pakistana.
La migrazione dal Pakistan iniziò negli anni 60 alla fine seconda della guerra mondiale, approdando dapprima in Gran Bretagna e Usa investendo settori istituzionali quali quelli militari ed educativi; a seguito della restrizione dei flussi data dalla crisi economica in Gran Bretagna, gli anni 70 vedono incrementarsi lo spostamento verso il Golfo Persico, mentre vi fu negli anni 80 una controtendenza opposta causata dalla guerra del Golfo e il flusso migratorio si reindirizzò verso Europa a Nord America.
In Italia attualmente (35.509 presenze nel 2004) le comunità pakistane più numerose sono stanziate in Lombardia (Brescia e Milano) Trentino (Bolzano) Emilia Romagna (Bologna, Modena) Toscana (Prato).
L’Emilia Romagna vede una presenza totale di 8.094 persone (5.700 uomini e 2.394 donne al 2004); per quello che riguarda la provincia di Modena il distretto più densamente interessato è Carpi: l’Assessore provinciale al Lavoro, Politiche Giovanili, Immigrazione ed Emigrazione Fabrizio Righi presente al convegno insiste sulla necessità di prepararsi ad un cambiamento sociale poiché nel distretto la presenza immigrata è un dato strutturale in aumento e attualmente si aggira attorno al 7% di cui 1.826 presenze nel solo 2004 sono di provenienza pakistana che risulta essere la quinta etnia sul territorio.
La scelta migratoria è principalmente dettata dalla famiglia che, mossa da ragioni economiche e dalla prospettiva di un miglioramento della qualità di vita, accumula i beni atti a favorire il progetto d’emigrazione (il costo medio per lasciare il Pakistan è sui 4000$).
Nel corso dello spostamento tale scelta può mutare in base alle relazioni d’accoglienza del tessuto socio economico del territorio d’approdo e giungere sino allo stanziamento definitivo attivando così reti d’appoggio che garantiscono l’ospitalità e favoriscono l’inserimento lavorativo dei nuovi arrivati.
La popolazione che giunge nel nostro paese ha una forte connotazione di genere (maschile) è perlopiù giovane (media dei 44 anni per Bologna nel 2004), con un grado di scolarizzazione medio-alto e impiegata regolarmente soprattutto nel settore agricolo, tessile, commerciale e imprenditoriale.
La prevalenza delle presenze è maschile poiché è sull’uomo che ricade la responsabilità del progetto migratorio: spinto dal biraderi, gruppo patrilineare in cui è inserito dalla nascita, l’uomo pazientemente prepara l’arrivo delle donne e invia soldi alla famiglia nel paese d’origine.
Con l’arrivo delle donne infatti si ricostruiscono quei legami familiari tipici della comunità denominati lena-dena: un sistema di scambio di doni e ospitalità attuato soprattutto dalle donne attraverso la perpetuazione dei legami sociali.
Data la difficoltà di accesso all’apprendimento della lingua da parte delle donne, alle quali generalmente è affidato il lavoro di cura all’interno del contesto familiare, il ruolo dell’uomo nella migrazione necessariamente è mutato poiché è il fondamentale e primario mediatore delle esigenze della vita femminile (comunicazione e traduzione, accompagnamento, assistenza sanitaria soprattutto nell’ambito dei servizi al parto etc).

Accesso alla Salute e ai Servizi sanitari

Dalle analisi sul territorio italiano effettuate dal gruppo composto dalla socioantropologa fiorentina Manila Bonciani e la filosofa bioeticista romana Elisabetta Confaloni sono emersi diversi punti di criticità in merito alla presa in carico dei migranti pakistani da parte dei servizi sanitari.
Nonostante la Costituzione nell’art. 32 sancisca il diritto alla salute come proprio e fondamentale dell’individuo, il diritto del migrante è stato affrontato in modo frammentario ed emergenziale.
La vigentelegislazione italiana, legge 40 del 1998 confluita nel decreto 286 del luglio 1998, sancisce la parità fra cittadini italiani ed immigrati regolarmente residenti, stabilendone l’iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale, prevedendo per irregolari e clandestini l’assistenza ambulatoriale od ospedaliera d’urgenza per malattia o infortuni, l’assistenza in caso di gravidanza e maternità e la tutela del minore secondo la profilassi internazionale per vaccinazioni e cura delle malattie infettive.
Per evitare che tali diritti formalmente riconosciuti rimangano ‘diritti di carta’ necessitiamo di un effettivo accesso ai servizi da parte dell’utenza migrante.
Il bisogno di salute si declina attraverso prerogative culturali proprie di ciascun gruppo, ma non sempre si prende atto delle diverse modalità con cui individui provenienti da realtà altre possono percepire la malattia, decodificarla e manifestarla in termini di bisogno di cura.
L’operatore è spesso incline a banalizzare il comportamento del paziente straniero sottovalutando la dimensione socio-culturale della cura.
L’utenza migrante vive un senso di frustrazione animato da vari fattori che partono dalla scarsa preparazione culturale degli operatori sanitari nel riconoscere altre visioni del dolore, della malattia e della relativa presa in carico, agli ostacoli burocratico-amministrativi e ancor prima a quelli legati alla reperibilità e comprensibilità delle informazioni relative ai servizi e ai metodi di cura.
In questo senso il ruolo del mediatore culturale è fondamentale come ‘ponte comprensivo’ nelle varie fasi di comunicazione del disagio e cura dello stesso.

Complessità dei bisogni di genere: problematicità delle donne migranti in merito ai servizi

L’emergere della prospettiva di genere nel contesto migratorio, provocata dall’effetto dei numerosi ricongiungimenti familiari degli ultimi anni comporta un ripensamento della presa in carico delle donne soprattutto in merito alla rimozione delle barriere linguistico culturali che impediscono l’accesso ai servizi principalmente nell’area materno-infantile.
I rapporti di genere sono collegati a radici culturali profonde che toccano il ruolo della sessualità femminile all’interno della cultura di riferimento: queste specificità andrebbero accolte e comprese dagli operatori per stabilire un efficace ponte di comunicazione finalizzato alla presa in carico della donna.
La comprensione della diversità del percorso di gravidanza vissuto dall’utenza è fondamentale poiché la donna migrante spesso vive la maternità come un evento non solo biologico e affettivo, ma che coinvolge l’intero ordinamento sociale del gruppo familiare, il progetto della comunità d’appartenenza oltre che fattori ‘sottili’costituiti da forze altre (antenati, spiriti, energie..).

Salute materna ed infantile in Pakistan

“La morte materna è così frequente in Pakistan che, come mestruazioni, tensione premestruale e sindrome climaterica, è considerata una ‘cosa di donne’”
Shershah Syed, Segretario Generale dell’Associazione medica del Pakistan

La salute delle donne in Pakistan non può essere separata dalla più ampia questione dei diritti sociali e politici di genere.
Una serie di fattori culturali determinano la subordinazione del ruolo femminile a livello sociale: in una società fortemente incentrata sul maschile e dove solo l’uomo eredita, l’istituzione della dote matrimoniale e l’alto costo dei matrimoni ha modellato il peso economico delle donne, le quali vengono spesso considerate una perdita finanziaria per le famiglie a basso reddito.
Anche se sta lentamente innalzandosi l’età media delle ragazze da matrimonio è compresa fra i 13 e i 16 anni: entrata nel nuovo contesto familiare come proprietà del marito, la sposa viene fortemente spinta verso la procreazione maschile.
La donna introietta a tal punto la preferenza sociale verso il maschile da sentirsi colpevole in caso di parto femminile, sentendosi costretta a ripetere la gravidanzanella speranza di un erede: se ciò non dovesse avvenire sarebbe irrimediabilmente isolata dalla famiglia.
Parti multipli, uso limitato di anticoncezionali, gravidanze indesiderate e aborti sono tutte conseguenze della mancanza di autonomia e di educazione da parte delle donne.
Il livello di educazione femminile è fattore determinante nella ricezione dei messaggi relativi alla responsabilità congiunta nella procreazione, alla contraccezione e al cambiamento di visione maschile sulla dimensione della famiglia.
Tra il 1991 e il 2001 l’uso di contraccettivi come strategia di pianificazione familiare è cresciuto fino al 28%: il Programma di pianificazione familiare avviato dal Ministero della Salute ha studiato un intervento specifico con il Programma delle Operatrici Sanitarie finalizzato all’assistenza sanitaria primaria domicilio e al supermento dei fraintendimenti in merito alla contraccezione.
Attualmente le levatrici tradizionali sono le sole referenti per parto ed aborti nelle zone rurali, agendo spesso con strumentazione inadeguata (ferri da calza, purghe, chinino per provocare aborti illegali) e priva di sterilizzazione aumentano notevolmenteil rischio di complicazioni.
Le donne sotto i 19 anni o sopra i 39,quelle alla prima gravidanza e quelle che hanno avuto un’esperienza di morte del feto o di aborto sono a rischio di morte durante il parto (197.000 casi in media ogni anno).
I recenti dati di ricerca sul campo danno stime tra le 280 e 700 morti materne per ogni 100.000 nascite soprattutto nelle zone rurali del Pakistan.
L’80% delle nascite avviene in casa e solo il 18% è affiancato da attendenti abbastanza qualificate.
Le principali cause di morte sono le emorragie, l’esclampsia, la tossiemia, il travaglio ostruito oltre all’inadeguatezza degli alloggi e l’inaccessibilità all’acqua.
La maggior parte delle morti segnalate dalla ricerca sul campo avrebbero potuto essere evitate se le infrastrutture di base fossero state disponibili, se le levatrici (dais) avessero reagito adeguatamente alle complicazioni e se l’assistenza d’emergenza fosse stata più accessibile.
Un esempio eclatante di mancanza di assistenza di emergenza è la fistola ostetrica (vescico-vaginale), disturbo causato da un travaglio ostruito prolungato e non aiutato durante il quale i condotti interni della vescica e del retto vengono rotti : in queste circostanze sono frequenti la morte del feto e il successivo rifiuto ed isolamento della donnada parte del marito.
Le donne non curate non solo si troveranno ad affrontare una vita di isolamento e vergogna, ma incorreranno in complicazioni quali la perdita di fertilità o dell’utero, l’insufficienza renale o la morte provocate dalle infezioni post parto.
In assenza di programmi governativi specifici la risoluzione del problema dipende dalle iniziative individuali.
Il cambiamento degli atteggiamenti comuni, il miglioramento dell’accesso all’educazione e all’informazione sulla pianificazione familiare, il conseguente rafforzamento delle capacità decisionali delle donne e il miglioramento delle strutture sanitarie sono obiettivi necessari ma a lungo termine.
Le iniziative a breve termine sono oggi rappresentate dal progetto educativo di Faisalabad di formazione delle dais; dai progetti FIGO patrocinati dall’UNICEF nel Progetto per i Diritti alla Vita e alla Salute delle Donne la cui gestione è stata affidata dalla più famosa e vecchia levatrice pakistana Imtiaz Kamal.

Sistema Unani-Tibb di medicina pakistana

Nel corso del Convegno Nazionale svoltosi a Modena particolarmente necessaria ed esplicativa, data la mancanza di informazione dei referenti sanitari italiani, è stata la relazione di Guy Attewell Ricercatore del Wellcome Trust Centre e University College di Londra, sul sistema di medicina pakistano.
Il sistema medico Unanitibb è largamente impiegato in Pakistan dove si stima che circa il 70% della popolazione, soprattutto in zone rurali, ricorra a pratiche di medicina non biomedica che includono erboristeria ayurvedica e l’omeopatia.
Sono 53.000 i praticanti di Tibb (dal 1958 anche donne) che ricevono i pazienti in strutture pubbliche e private: il Direttorato degli Hakim ‘medici’ è stato creato sotto il patrocinio del Ministero Federale della Popolazione e del Welfare.
Attualmente 26 istituti Tibb seguono programmi di studio e pratica prescritti dalle disposizioni del Consiglio Nazionale Tibb, l’apparato legislativo redatto nel 1965 per assicurare lo standard di pratica si è rilevato però insufficiente nel regolamentare la crescita delle università e nell’assicurare una formazione uniforme.
L’Università più rinomata è Hamdard, vidino a Karachi.
La medicina Tibb nasce dalle elaborazioni arabe del sistema medico grecoin vigore tra l’VIII e XI secolo ed è stata praticata negli ultimi mille anni in un territorio che si estende dell’Asia Centrale al Mediterraneo Orientale, all’Asia Meridionale; è praticata nella diaspora Sud Asiatica e nel Regno Unito nonostante l’Asia Meridionale rimanga il fulcro delle attività Tibb per ciò che concerne la pratica, il commercio dei farmaci e le strutture istituzionali di riferimento.
La medicina oggi praticata è un insieme di diverse tecniche di guarigione unite dal concetto di unità del corpo umano con il cosmo: in esso interagiscono forze e fluidi prodotti dalla mistura dei quattro elementi e delle rispettive qualità (calore, freddo, secco, umido) che si manifestano nel corpo come umori.
Il cibo, classificato anch’esso secondo lo schema umorale, ingerito viene cucinato dal corpo per produrre i quattro umori: flemma (fredda umida), bile nera (fredda asciutta), bile gialla (calda asciutta), sangue (caldo umido) dalla cui composizione deriva il temperamento (mizaj) dell’individuo.
Il pneuma, spirito, alimenta la vitalità dell’uomo e può essere di tre tipi: naturale, vitale e psichico responsabili delle riproduzione, nutrizione, sensazione.
Lo stato di salute ideale esiste nell’ equilibrio fra gli umori, quando il neuma non viene sprecato e laddove vi sia il controllo fra le funzioni di ingestione ed evacuazione.
La malattia è considerata uno squilibrio delle componenti dell’individuo.
La diagnosi coinvolge l’analisi del colorito del viso, dei capelli, degli occhi della lingua e delle unghie, feci, sangue e urine assieme all’ascolto del polso (velocità, regolarità e forza del battito) e al dialogo col paziente correlati alle tecniche diagnostiche occidentali.
Il principio di cura agisce per opposti: i medicinali e i cibi che raffreddano sono indicati per malattie calde e viceversa, i farmaci principalmente a base di erbe, hanno quattro gradi di potenza a seconda della loro componente umorale.
L’hakim che pratica questa metodologia inizia la cura dal medicamento meno potente fino a risalire: l’aglio è considerato uno dei medicinali più forti assieme a mercurio, arsenico e ajwain i quali necessitano di una purificazione fisica preventiva.
Una peculiarità dei farmaci tibb (kushtajat) è l’uso di metalli, minerali e calcinati mescolati ad erbe.
Attualmente la legislazione pakistana non prevede una regolamentazione dei farmaci i quali si acquistano senza ricetta medica: la maggiorparte delle persone considera le medicine tibb prive di effetti collaterali, di contro le medicine allopatiche sarebbero troppo calde e potenti e se ne sconsiglia l’uso prolungato.
Parallelamente la popolazione segue pratiche di cura tradizionali che vedono l’impiego di amuleti (taaviz), rimedi erboristici casalinghi comeeluttuari (majun) o le paste (khamira).

Si ringraziano L’albero della Salute e la Direzione dell’Agefor nella persona di Franca Capotosto per il materiale fornitoci.

20/12/2005


MGF: MODENA APRE AL CAMBIAMENTO

di Bonacini Silvia

22/05/05

In occasione dell’incontro sulle mutilazioni genitali femminili promosso dall’Associazione Differenza Maternità in collaborazione con la Circoscrizione 3 del Comune di Modena, l’Associazione Donne nel Mondo e l’Associazione Donne Migranti per la Pace tenutosi la scorsa settimana, la Consulta degli Stranieri assieme alla Consigliera Isabella Massamba hanno optato per una formale sollecitazione al Senato in favore del disegno di legge del 4/5/2004 sulle prevenzioni e il divieto delle MGF.

Reginald Hiebom, Presidente della Consulta degli Stranieri e Apolidi del Comune di Modena, la Vicepresidente Atika Chouckri, e la Consigliera Isabella Massamba, hanno dichiarato il loro intento di recarsi in Senato a “sollecitare l’approvazione della proposta di legge n. 4249, passata alla Camera, sulle mutilazioni genitali femminili, che, pur migliorabile, appare attenta alle questioni di fatto, ossia al problema dell'informazione, della prevenzione, dell'educazione, alla necessità di non discriminare e isolare”.

Invitano inoltre le Comunità di cittadini stranieri presenti a Modena, appartenenti a qualunque religione, dato che le pratiche sono eseguite sia dai cattolici che dai musulmani, essendo queste tradizioni culturali, a “prendere pubblicamente posizione contro suddette pratiche in modo da rendere Modena una città che possa aprire la strada al cambiamento culturale di tutte le altre città italiane”.

Sono 130 milioni i casi di mutilazioni genitali femminili distribuiti in 28 paesi del mondo, di cui 40.000 solo in Italia: nel nostro territorio infatti sono più di 6000 le bambine a rischio che attualmente vengono tutelate solo dalle disposizioni inerenti le lesioni personali del Codice Penale (582-583) e dall’articolo 5 del Codice Civile il quale vieta qualsiasi atto connotabile come amputazione del corpo.

Da 900 a 1600 sono i casi attestati in Emilia Romagna nel solo 2003 e presumibilmente in costante aumento visto l’enorme afflusso di cittadini stranieri sul territorio: la ricerca, all’epoca approvata da Who Europe (Centro per la salute delle donne collegato all’Organizzazione mondiale della sanità), e finanziata dall’assessorato alla Sanità della Regione, fece emergere dati sconfortanti riguardo alla poca conoscenza del fenomeno da parte dei nostri operatori sanitari e l’esigenza di formazione adeguata.

A tale proposito Daniela Colombo, Presidente dell’AIDOS, Ass. Italiana per lo Sviluppo, assieme a Osman, Lul Mohamed, Ass. Donne Somale di Roma, sottolineano la necessità di punti di monitoraggio per l’individuazione delle persone a rischio, informazione e sostegno nei Consultori.

Le MGF, mutilazioni genitali femminili, spiega Anna Po, Ostetrica del Policlinico di Modena, sono di 3 tipi: clitoridectomia: asportazione del clitoride; escissione: taglio del clitoride e delle piccole labbra; infibulazione: amputazione del clitoride e delle piccole e delle grandi labbra vulvari con cucitura delle stesse.

L’usanza contribuisce alla demarcazione del ruolo sessuale femminile poiché nei gruppi in cui si effettua indipendentemente dalla classe d’appartenenza, è parte cruciale dell’identità di genere e favorisce le alleanze sociali e matrimoniali: ‘rito di passaggio’ talmente radicato da essere richiesto dalle stesse bambine fra i 4 e i 12 anni d’età.

La pratica, erroneamente associata alla religione musulmana, è effettuata a scopi socio-culturali da gruppi etnici di paesi e religioni differenti, compresa quella cristiana: in occidente infatti se ne riscontrano casi fino al 1950 in Gran Bretagna e U.S.A, afferma Zighereda Tesfamariam, Ass. Donne nel Mondo.

 

 

 

Attualmente le zone in cui risulta più applicata sono l’Africa (Somalia e Gibuti 98%,Eritrea, Etiopia e Sierra Leone 90%, Sudan 89%, Egitto 50%) con una netta prevalenza nella zona nord occidentale ed il Medio Oriente (Bahrain, Yemen, Oman, Emirati, Sud Penisola arabica, Golfo Persico); se ne riscontrano casi sporadici anche in India, Indonesia, Malesia e in gruppi indigeni del Brasile, Colombia, Messico e Perù. Dati più recenti, forniti dall’AIDOS sono confrontabili in tabella.

 

 

 

 

L’OMS ha definito le mutilazioni genitali femminili come

“LE PROCEDURE CHE INTERESSANO LA PARZIALE O TOTELE RIMOZIONE DEI GENITALI ESTERNI E/O LE INGIURIE AGLI ORGANI GENITALI FEMMINILI, ESPLETATE PER MOTIVI CULTURALI O PER OGNI ALTRO MOTIVO CHE NON SIA QUELLO TERAPEUTICO”

TIPO I: CIRCONCISIONE O SUNNA

TAGLIO DEL PREPUZIO DELLA CLITORIDE

TIPO II: -CLITORIDECTOMIA( ASPORTAZIONE DELLA CLITORIDE)

ESCISSIONE (ASPORTAZIONE DELLA CLITORIDE E IN TOTO O IN PARTE DELLE PICCOLE LABBRA)

TIPO III: INFIBULAZIONE (O CIRCONCISIONE FARAONICA, ASPORTAZIONE DELLA CLITORIDE, DELLE PICCOLE LABBRA, E DI GRAN PARTE DELLE GRANDI LABBRA, ALMENO I 2/3 ANTERIORI E LA PARTE PIU’ INTERNA, CON SUCCESSIVA SUTURA DEI LEMBI RIMANENTI DELLA VULVA)

TIPO IV: NON CLASSIFICABILE (COMPRENDE PIERCING, STIRAMENTO DELLA CLITORIDE E/O DELLE GRANDI LABBRA, ABRASIONE DEI TESSUTI (ANGURYA CUTS), INCISIONE DELLA VAGINA (GISHIRI CUTS), CAUTERIZZAZIONE DELLA VAGINA O INTRODUZIONE DI SOSTANZE CORROSIVE O ERBE IN VAGINA

 


In Congo per ridare speranza a chi rischia di perdere la vista
Una delegazione di medici modenesi aderisce ai progetti dell’Associazione Dawa

di Silvia Bonacini

Dawa in swahili significa medicina positiva, magia, mentre a Modena è il nome di un’associazione interculturale che sviluppa progetti di sensibilizzazione, integrazione e cooperazione fra Italia e Africa. Dawa ha attivato un accordo di cooperazione per favorire rapporti di scambio, formazione e aggiornamento nell’ambito socio-sanitario con l’Università di Lubhumbashi in Congo, dove un’equipe di otto medici italiani si recherà alla fine di aprile per il progetto AFIA. Il progetto al quale partecipano anche medici modenesi svolge interventi chirurgici nella regione Katanga, a sud est del Congo, soprattutto su casi di glaucoma e cataratta. All’AFIA aderiscono i volontari promotori dell’iniziativa:Luca Cappuccini, Coordinatore del progetto e Direttore dell’Unità Operativa reparto Oculistica dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, la dottoressa Franca Capotosto, dell’USL di Modena,Cecile Kashetu Kyenge, oculista congolese, presidente di Dawa e AFIA e Cecilia Boni, anche lei modenese, che si occupa di formazione del personale.
Il progetto “Prevenzione della cecità nei paesi in via di sviluppo” trova la sua giustificazione in dati statistici che rivelano nella popolazione un alto tasso di malattie oculari che, se non curate, portano inevitabilmente alla cecità. “La malattia colpisce direttamente la parte produttiva del paese facendo perdere in modo irreparabile risorse umane fondamentali” dice Cecile Kienge - “il nostro obiettivo,è quello di aiutare la popolazione ma anche di partecipare in modo indiretto allo sviluppo dell’area, oltre che a fornire un valido sostegno al diritto alla formazione e alla salute in un paese in cui l’80% della popolazione non riesce a sostenere le spese sanitarie e i pochi centri ospedalieri statali non sono in grado di fornire cure adeguate per carenza di strutture, farmaci e personale qualificato”. La dottoressa Capotosto sottolinea l’importanza di “ imparare qualcosa di utile da un’altra cultura nel rapporto medico - paziente che è sentito in modo profondamente diverso nelle due culture. Sarà -aggiunge- una preziosa mediazione fra i metodi terapeutici che arricchirà entrambe le parti”.
La Facoltà di Medicina e Chirurgia di Lubumbashi assieme alla dottoressa Chenge Borasis, responsabile del Dipartimento di Oftalmologia, ospiteranno la delegazione italiana che si è inoltre adoperata per donare all’Università congolesel’apparecchiatura e i medicinali necessari agli interventi.L’attività in Congo inizierà il 23 aprile con il supporto dello staff di Lubumbashi e del villaggio Kienge, che hanno selezionato e diviso i casi da trattare in due gruppi a seconda della gravità delle patologie. La prima fase sarà dedicata agli interventi chirurgici, ai controlli post operatori, alle visite oculistiche mentre la seconda ai corsi di aggiornamento e formazione in sulle tecniche chirurgiche attuali, peraltro già iniziati in Italia il giugno scorso.
Il progetto è auto finanziato dall’Associazione Dawa. Per chi volesse aderire e versare il proprio contributo può farlo con bonifico bancario a favore di Dawa c/c 1169217 presso la Banca Popolare dell’Emilia Romagna con sede a Modena codice ABI 5387 CAB 12905.

Nella foto: Franca Capotosto dell'USL di Modena e Cecile Kienge Presidente dell'associazione Dawa


Il Servizio di Mediazione culturale al Policlinico di Modena

La legge 40/98 stabilisce che l’utente straniero ha diritto alle prestazioni sanitarie con piena uguaglianza di diritti e doveri rispetto ai cittadini italiani. Non si può parlare però di piena uguaglianza di assistenza se si pensa alle difficoltà linguistiche e comunicative che un utente straniero vive ogni volta che accede ai servizi sanitari. La fatica o l’impossibilità di comunicare complicano e rendono incomprensibili la raccolta dell’anamnesi ed il percorso diagnostico; la scarsa conoscenza dell’organizzazione dei servizi rende difficile per l’utente immigrato capire cosa chiedere, a chi chiederlo e dove chiederlo. Queste difficoltà aggravano la situazione di confusione che il migrante vive e si aggiungono alle incomprensioni dovute all’incontro tra culture diverse.
Per favorire l’incontro tra la cultura dell’utente e quella dell’operatore e per fare in modo che la relazione evolva in senso costruttivo entra in gioco il mediatore linguistico culturale, figura professionale che non offre semplicemente un’azione di traduzione, ma fornisce alle parti quelle informazioni e quegli strumenti culturali indispensabili perché si possa sviluppare una comunicazione efficace.

La figura del mediatore linguistico – culturale si configura come ponte tra utente ed operatore socio – sanitario, e rende percorribili le distanze tra le parti in gioco e possibile uno scambio costruttivo tra culture diverse, nel rispetto delle loro peculiarità.
Dal ’96 l’Azienda ospedaliera Policlinico di Modena ha istituito il Servizio di Mediazione Culturale, attualmente in carico all’Ufficio Comunicazione Accoglienza. Il servizio – che si avvale di una società esterna – dal 2001 è fornito dalla cooperativa sociale Mediazione Linguistico Culturale Integra. <>Il Servizio di Mediazione Culturale è attivo dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 15.00 e il sabato dalle 8.30 alle 13.30 ed è aperto al pubblico per informazioni, per orientamento ai reparti e agli ambulatori, e per le consulenze, dal lunedì al venerdì dalle 13.00 alle 15.00 e il sabato dalle 12.30 alle 13.30.
Negli orari di chiusura è possibile usufruire del Servizio di Mediazione culturale attraverso la reperibilità. Si può contattare l’Ufficio Mediazione accedendo all’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico, piano terra, ingresso 1) o telefonicamente al numero 059.422.4331.
L’Ufficio Comunicazione e Accoglienza attraverso il Servizio di mediazione culturale offre:
  • Informazione
  • Interpretariato
  • Mediazione
  • Mediazione telefonica
  • Conference call
  • Sostegno psicosociale
  • Controllo delle posizione amministrativa dei pazienti stranieri ricoverati
  • Traduzioni scritte
  • Formazione
  • Consulenza nell’organizzazione dei servizi
  • Consulenza sui casi
<>Per promuovere una reale partecipazione degli stranieri alla vita comunitaria è importante allontanarsi da una logica assistenzialista e di costruzione di servizi specificatamente rivolti all’utenza immigrata e progettare servizi per tutti, in cui gli utenti abbiano parità di doveri e diritti. L’Azienda ospedaliero – universitaria di Modena opera in linea con questa logica, favorendo l’accesso alla struttura sanitaria, agevolando l’incontro tra utenti stranieri e operatori, e garantendo la tutela della salute dei cittadini stranieri.


Per ulteriori informazioni sul servizio contattare la Dottoressa Federica Garutti al numero 059.422.4331





Policlinico Hospital of Modena - Cultural mediation office

Law number 40/98 establishes that the foreign user has the right to enjoy health services with complete equality of rights and duties as those of Italian citizens. It is impossible to take into consideration complete equality in assistance if we do not take into consideration the linguistic and communication difficulties that a foreigner user experiences every time he/she approaches the health services.
The difficulty, or impossibility to communicate, complicates or makes compiling medical reports, as well as the diagnosis of a patient, incomprehensible. The limited knowledge of the organization of services offered makes it difficult for the immigrant to comprehend what he/she must request, to whom it must be requested, and where it must be requested. These difficulties worsen the situation of confusion that the immigrant experiences and add to the lack of understanding between different cultures.
In order to favour the encounter between the culture of the user and that of the operator, and make the relationship evolve towards a constructive direction, the cultural-linguistic mediator comes into play. The mediator is a professional figure who does not simply translate, but who offers the different parties involved information and the cultural tools necessary for the development of effective communication.
The cultural-linguistic mediator becomes a bridge between the user and social-health operator, and makes the distances between the acting parties reachable, with a constructive exchange between different cultures, while respecting their differences.
In 1996, the Policlinico Hospital of Modena established the Cultural Mediation Service, currently under the Communications and Reception Office. Since 2001, this service - which uses an external provider? is offered by Integra - Cultural Linguistic Mediation Co-op.

The Cultural Mediation service is available Monday to Friday, from 8:30am to 3:00pm, Saturdays, from 8:30am to 1:30pm, and is also open to the public for information, directions to wards and out-patient clinics, and consultations, Monday to Friday, from 1:00pm to 3:00pm, and Saturdays, from 12:30pm to 1:30pm.
If necessary, the Cultural Mediation service can also be requested upon availability during non-office hours.
The Cultural Mediation office can be contacted through the URP (Public Relations Office, Ground floor, Entrance 1) or by phoning: 059-4224331.
Through the Cultural Mediation Service, the Communications and Reception Office offers:
   -  Information
   -  Interpreters
   -  Mediation
   -  Phone mediation
   -  Conference calls
   -  Social-psychological support
   -  Verification of the administrative position of foreigner patients hospitalized
   -  Written translations
   -  Training
   -  Consultations regarding the organization of services
   -  Consultations regarding specific cases
In order to promote the true participation of foreigners in public life, it is important to leave behind ideas of welfare assistance, and of the creation of services specifically addressed to immigrants, and develop services that are addressed to all users, in which users have equality of rights and obligations.
The Policlinico Hospital of Modena employs this logic, favoring admittance to the health structure, aiding in exchanges between foreigner users and operators, and guaranteeing the right to health services for foreigner citizens.

For additional information regarding this service, please call: 059-4224331.

INIZIATIVE

Tradizione e cultura del cibo in una dimensione multietnica della salute

Bologna. L'Ausl di Bologna presenta questo corso, organizzato da con un team di nutrizionisti, mediatori culturali ed esperti di medicina delle migrazioni in ambito socio-sanitario, con una metodologia dinamica e interattiva tra docenti e discenti.
Il corso si terrà il 9 ottobre 2006 presso le Aule della formazione - Ausl di Bologna - Via S. Isaia, 94/a, Bologna.

Fonte: Ausl di Bologna

Per informazioni: http://www.ausl.bologna.it/stranieri/dettaglio.php?id=487&ausl_session=454ab6f2a37c5e5dae90c571891a22f8

09/08/06


La salute e i servizi per la popolazione straniera in provincia di Bologna

E’ disponibile, in file pdf, il Nuovo Dossier dell'Osservatorio provinciale delle Immigrazioni di Bologna: http://www.provincia.bologna.it/immigrazione/pdf/DossierSanita.pdf

17/02/06


Un nuovo opuscolo per le assistenti all'anziano della regione Emilia - Romagna

Pronto un nuovo opuscolo informativo, realizzato in diverse lingue, per le assistenti familiari straniere. È il settimo della collana pensata dalla Regione per le donne lavoratrici e immigrate, nell'ambito della collana "Strumenti per qualificare il lavoro di cura a domicilio".

Obiettivo principale di questa pubblicazione è infatti mettere a disposizione delle assistenti straniere uno strumento pratico, agevole e di facile lettura per conoscere gli adempimenti previsti in materia di immigrazione, i diritti tutelati dal contratto collettivo di categoria, le tutele previste dal sistema previdenziale italiano, i servizi per la salute rivolti agli immigrati in generale, e nello specifico alla donna e al bambino. Nella pubblicazione si parla anche delle difficoltà caratteristiche del lavoro di cura a domicilio e delle opportunità formative e di sviluppo professionale.

E´ possibile scaricare gli opuscoli in formato pdf cliccando qui
Strumenti per qualificare il lavoro di cura a domicilio - Assistenti famigliari straniere: diritti, opportunità e doveri - Opuscolo n. 7

16/01/06