ALL'OMBRA

Le paure di Rose

Di Mary Osey in collaborazione con Eunice Aigbe

Mesi fa lavorando al consultorio con le donne straniere incontro un pomeriggio Rose, una signora nigeriana gravida che richiede di essere seguita.
Rose viene inviata all’ambulatorio maternità, si cura perchè soffre di pressione molto alta, per cui deve essere seguita assiduamente.
In occasione di una visita vengo chiamata dal medico perchè la signora sembra non collaborare: risponde in malo modo, ad alta voce, mostra dei comportamenti molto diversi da quelli delle altre donne nigeriane incontrate nel corso del lavoro in ospedale.
Una volta arrivata realizzo che la signora capisce abbastanza bene l’italiano ma non i termini tecnici usati dal medico, inoltre Rose pensa che il suo disturbo, la pressione alta, sia dovuto al fatto che ha troppi pensieri a causa dei problemi da risolvere nella vita quotidiana, quindi non si fida delle cure proposte.
Spiego al medico che Rose si comporta così perché è estremamente sola: si trova in Italia dal 1998 e vive con il figlio di nove anni mentre il marito è in Nigeria. In passato aveva un’attività commerciale che poi è fallita: da quel momento sono iniziate le difficoltà economiche, Rose non riesce a pagarsi l’affitto ed al momento non è possibile il ricongiungimento familiare perchè lei non ha più un lavoro. La sua situazione è seguita dai servizi sociali.
Rose porta avanti la gravidanza con fatica finchè un giornogiunge in Pronto Soccorso con l’ambulanza, ha la pressione molto alta, i medici decidono di intervenire con un taglio cesareo per salvare la sua vita e quella del bambino.
A due giorni dal parto una notte vengo chiamata dal reparto, Rose si è strappata la flebo, è molto agitata e dice cose strane del tipo: ” Fra una settimana morirò…”e ripete più volte la parola “bloodmoney”che significa: soldi di sangue.Per capire meglio: Rose sta male ma non conosce la causa del suo malessere allora pensa che qualcuno le ha fatto il malocchio per diventare ricco recandosi da uno stregone. Quest’ ultimo chiederà di procurargli qualcosa che appartiene al corpo di un familiare, ad esempio sangue, capelli o indumenti. Ecco perché Rose pensa che tutto il dolore che sente sia dovuto ad un malocchio, inoltre quando vede che l’infermiera le mette la flebo pensa che le stiano per togliere il sangue, si spiega in tal modo il ripetersi della parola bloodmoney e il fatto che Rose si strappi la flebo. Questa è una credenza abbastanza diffusa in Nigeria e nell’Africa sub-sahariana, è frequente che una persona immigrata da questi paesi mantenga certe credenze. Quando arrivo resto con lei a lungo, cerco di capire perché dice quelle frasi e lei mi dice che si sente il corpo bruciare, le spiego che è l’effettodei farmaci che le stanno dando con la flebo. Ho spiegato anche che funzione ha una flebo, che le iniettano le medicine per curarla e non per togliere il sangue da lei, Rose lentamente si tranquillizza. Il giorno dopo mi chiamano nuovamente dal reparto perché Rose è molto agitata, viene chiamato anche lo psichiatra e la signora si agita ancora di più perché da noi, in Nigeria, lo psichiatraviene chiamato quando qualcuno è matto.
Non capisce perché le fa certe domande, a cui Rose risponde bene,come: “Che anno è, in che mese e in quale giorno dell’anno siamo”perché lei sa di essere normale, sa dove si trova.
Lo psichiatra le dà una terapia psicofarmacologica e vorrebbe trasferirla nel suo reparto ma Rose rifiuta il trasferimento, penso che non lo ritenga adatto: in Nigeria, infatti, non si sarebbe mai fatto riferimento ad uno psichiatra per una situazione come questa, sarebbe stata spiegata come una crisi post-partum. Le sue manifestazioni non sono così rare da noi tra le donne che hanno appena partorito. Là sicuramente sarebbe stata supportate dalla vicinanza fisica di tutta la famiglia, aiutata in tutti i compiti della vita quotidiana, almeno nei primi trenta giorni dopo il parto, nei quali non si deve fare assolutamente nulla, se non allattare il piccolo.
Ecco io sono una mediatrice e mediazione significa anche questo, fare comprendere ai medici le legittime paure di Rose.

16/06/05


E’ arrivato il figlio maschio…e sono tutti felici

di Li Shuqing

Weili ha 26 anni, in Cina abitava con la famiglia in campagna, nella regione Zhejiang a sud di Shanghai, da qui proviene la maggior parte dei cinesi che abitano in Italia.
Vive in Italia da due anni, con il marito e le due figlie che sono nate in Cina. Nella Bassa Pianura, ha trovato lavoro in una fabbrica di confezioni tessili.
Weili è molto contenta perché è al quarto mese di gravidanza e le hanno detto che il bambino che nascerà sarà maschio, finalmente! Dopo due femmine. Per lei è una novità conoscere il sesso del proprio bambino prima di partorire, in Cina ciò non sarebbe stato possibile. Molto probabilmente se avesse saputo che avrebbe messo al modo un’altra femmina avrebbe desiderato di abortito: non riuscire a dare alla luce un maschio è considerato un vero fallimento al suo paese. Il maschio, infatti, è considerato molto importante, porta avanti il cognome della famiglia e quando i genitori non sono più in grado di lavorare se ne occupa lui, di solito dopo il matrimonio il maschio e la sua famiglia vivono ancora insieme ai genitori, la femmina no.
Si può capire, quindi, perché Weili è così contenta e tutti i giorni con tutto il suo impegno e la sua energia porta avanti la gravidanza, resta a casa dal lavoro e pensa al figlio che nascerà.
Weili vive i mesi successivi in tranquillità finchè un giorno arrivano le prime contrazioni ed il marito la accompagna all’ospedale. Il travaglio sembra essere senza fine: per sette ore rimane in quella stanza, il dolore a tratti è fortissimo e lei è talmente esile e piccola in quel letto, sembra una bambina. Nonostante ciò resta in silenzio e quando i dolori si fanno sentire stringe forte i denti ed pugni ma non lascia uscire un solo urlo o un lamento ad alta voce, nemmeno durante il parto.
Per tutto questo tempo il marito rimane accanto a lei, le massaggia la schiena mentre da una stanza non molto lontano Weili sente arrivare le urla di un’altra donna che come lei sta partorendo. Lei sa che per le donne italiane è normale e frequente che quando si sente un dolore così forte si urla o ci si lamenta ad alta voce ma per Weili non è possibile si vergognerebbe da morire di fronte al medico e all’ostetrica.
I primi tempi, quando era appena arrivata in Italia, certi comportamenti delle persone del posto le erano sembrati proprio strani, in Cina non si urla e non si piange in pubblico di fronte ad altre persone, si è molto riservati e si tiene dentro ciò che si prova.Inoltre il dolore, quello fisico, si sopporta e si dice che si sta male solo quando proprio diventa fortissimo.
Weili rimane, quindi, in silenzio e finalmente, dopo tante ore di sofferenza, nasce un bel maschietto di 3,5 Kg. La mamma sa che se ne dovrà occupare a tempo pieno cercando di tenere tutte le “energie” possibili da dedicargli. In Cina, infatti, una neomamma non esce di casa per trenta giorni e dopo il parto, non si lava, non si bagna i capelli perché e’ una loro convinzione che in questo periodo le donne sono fisicamente molto deboli.
Certi elementi come l’acqua o il vento, la pioggia e l’umidità, possono approfittare della debolezza e invadere il corpo per sempre, creando problemi di salute dopo il parto o a distanza di molto tempo.
Weili, intanto, riposa tranquilla nel letto del reparto, il dolore non si fa quasi più sentire e pensa al suo bambino.
E spera che venga presto il tempo in cui anche nel suo paese le figlie femmine saranno accolte con gioia.

16/06/05


Dedicato al fratello, che se n’è andato senza salutare.

di Khira Labidi
16/05/05

Fatima ha 28 anni, vive in Italia da 5 anni; è sposata ormai da tempo, ha tre figli e fa la casalinga. Fatima è nata in Tunisia, è cresciuta in campagna dove viveva con la famiglia allargata: nonni, zii, cugini. Tutti sono uniti da un forte legame affettivo, si condivide tutto in famiglia e non solo: a differenza di ciò che accade in città, in queste zone di campagna,come in periferia,ogni momento che sia esso di gioia o di dolore viene condiviso anche con i vicini di casa.

Sono, ormai, passati due anni da quel giorno in cui Fatima ha ricevuto la telefonata della madre disperata: era morto improvvisamente il fratello. Fatima è molto triste si rimprovera il fatto di non esser stata accanto al fratello prima che morisse, nel momento del saluto alla famiglia e della confessione di fede.

Per lei, come per tanti altri immigrati, è forte la paura che una persona cara muoia nel giro di pochi giorni e non la si possa salutare prima, vista la distanza che la separa dalla Tunisia.

Nel giro di due giorni Fatima riesce a prenotare un volo e, con il marito e i figli, ritorna a casa ma non riesce ad arrivare in tempo al funerale. Si presenta senza un filo di trucco ed indossa abiti sobri. Tutta la sua famiglia si è riunita per pregare, il dolore è fortema viene svelato con molta riservatezza è, infatti, vietato dalla religione islamica esibire con urla o pianti il proprio dolore di fronte alla morte di un caro. Per 40 giorni non dovranno esserci segni di festa, anche i vicini di casa per rispetto non faranno feste (matrimoni).

Fatima è triste ma rassegnata; continua a ripetersi: “ Se capita una disgrazia significa che Dio si ricorda di me: io accetto tutto ciò che Dio mi dà” , lei sa che la morte è una tappa che ci si deve aspettare, sa che c’è la vita dopo la morte, così continua a pregare stretta alla famiglia ed ai vicini per chiederea Dio di perdonare i peccati del fratello. Sono molte le persone presenti, “meglio”, si dice Fatima così suo fratello avrà più possibilità di essere perdonato. Passa una settimana quando il marito le dice che deve tornare in Italia per il suo lavoro, Fatima si rabbuia perché deve lasciare la famiglia, non c’è stato molto tempo per stare insieme.

A due anni di distanza il dolore per la morte del fratello ma soprattutto per non averlo potuto salutare è ancora forte, questo dolore ormai è diventato per Fatima angosciante: le capita spesso di piangere quando si ritrova sola in casa e di non riuscire a dormire la notte; si presenta sempre senza un filo di trucco, niente tinta ai capelli, niente hennè. Il marito, preoccupato, la spinge ad andare dal medico di base che ha consiglia di rivolgersi al Simap, un centro per la salute mentale. Fatima ha molti timori a presentarsi di fronte ad uno psicologo o psichiatra, forse perché non le è stato spiegato bene che tipo di aiuto le potranno dare, ora, comunque ci sta pensando.

Chissà se esiste davvero una medicina per il suo dolore.


Dal diario di Rakia
di Amal Oursana
17/03/05

E’ suonata la campanella, finalmente si chiude la cartella e via da scuola. Le ore del sabato non passano mai.

Uff, ‘sta navetta quanto ci mette, spero solo di riuscire a salire, vista tutta ‘sta marmaglia di gente, spingono, mi tocca spingere anche a me.

Non vedo l’ora di arrivare a casa, mangiare per poi uscire il pomeriggio, andare in centro a farmi le vasche per vedere se c’è Luca. Spero che vada tutto liscio…

Spero che non ci siano quelle stronze della terza H a rovinare tutto. Ma per fortuna ci sono Bouchra e Elena con me che mi rassicurano, da sola non potrei affrontarlo.

Oh no! Mi sono dimenticata, oggi è aid el kabir, ma che testa ho? Lo sapevo da ieri che era festa, ma nella testa… Di sicuro i miei non mi vorranno far uscire.

Che due scatole, ‘ste feste piombano quando meno te l’aspetti e sempre nel giorno sbagliato. Adesso mi tocca subire tutta la montagna di carne, tutte le budella, il megapranzo e tutta la montagna di piatti da fare che non finisce mai.

Potrò liberarmi solo alle sette, quando ovviamente non sarà più ora di uscire.

Cosa penseranno se non mi faccio viva? Lo so che a Luca piaccio, ma se non esco penserà che me la tiro, già lo pensa perchè non esco il sabato sera. Delle volte mi invento che sono andata da un’altra parte per far capire che non sono una che sta sempre a casa.

Ah, ma se a pranzo c’è lo zio, c’è anche mia cugina più grande, magari posso uscire con lei, chiederle se mi copre, se mi fa da coprifuoco. Mia cugina… meno male che c’è lei, è una ribelle. Riesce a tener testa a suo padre e non dico che esce quando vuole, ma quasi. In casa mi dicono sempre: “vuoi diventare come Sadia?”

Una volta stavo piangendo perchè non mi lasciavano uscire e lei mi ha raccontato un po’ di cose per farmi capire come devo fare. Mi ha detto: “se riesci a far capire che ti impegni in una cosa e sei bravissima, tipo a scuola, loro ti cominciano a rispettare e ti controllano meno”.

E’ fantastica riuscirebbe a vincere anche la mentalità del nonno che sta in Marocco. Il nonno, se ti vede con un pantaloncino, si volta dall’altra parte imbarazzato, ma agitato. Lei però dice che ci deve fare l’abitudine a vedere dei bei polpacci, perchè siamo le sue figlie

Noi siamo fortunate, i nostri padri non ci obbligano a mettere il velo, ma in classe con me ce ne sono due che lo portano. Quelle non sanno neanche cosa vuol dire il sabato sera, è già troppo che vengono a scuola.

Zouhra vive in un altro pianeta, è devota che sembra una di quelle madonne che guardano nel vuoto. Ci mette impegno, ma in fondo viene a scuola solo per scaldare il banco. Lei mi piace perchè sorride sempre.

Ghislenne invece guarda male tutti, non se ne accorge neanche quanto ci guarda male. Forse guarda male perchè la guardano male.

Che due scatole, le prof che ci chiedono ogni volta che feste abbiamo, cosa facciamo, come ci vestiamo. Non è che mi vergogno, però basta, sembra che la religione sia tutto. Poi siccome quelle due parlano male, o comunque parlano poco, mi tocca sempre rispondere a me. Cosa fate oggi? Cosa mangiate? Come vi vestite? Andate in moschea?

Ma chi ci va in moschea, chi si ricorda delle feste. Da noi non c’è un calendario arabo appeso, dipendiamo dalle informazioni del satellite, poi siccome ‘sto calendario è lunare, ogni volta c’è l’Arabia Saudita che festeggia un giorno diverso dal Marocco e allora si perde l’unicità del giorno.

Boh, forse un giorno devo andare in Marocco coi nonni a festeggiare, perchè io qui le feste non le sento, me le sento che mi seguono, mi rincorrono attraverso i miei genitori e il satellite.


Barbara Poplawska racconta Pipol

intervento al convegno “Informazione senza confini”
Regione Emilia Romagna - Bologna 14 febbraio 2005

Sono Barbara Poplawska e vi parlerò di Pipol - Modena - Cooperativa Integra. Abbiamo cominciato a gennaio, l’anno scorso e abbiamo avuto l’aiuto dal Comune e dalla Provincia e anche la Cassa di Risparmio, la Fondazione, ci ha dato qualche aiuto. Perché siamo stati bravi a convincerli che avrebbero speso bene i loro soldi (loro ne hanno parecchi). Innanzitutto abbiamo cominciato con un corso per imparare a scrivere. Per conoscere le regole del giornalismo. Chi, dove, come, e le cose che qui dentro tutti sapete visto che siamo qui a parlare di questo. E per conoscere anche il mondo complicato dell’informazione. Cosa succede nelle redazioni, che cos’è un ufficio stampa, come si fa a rendere appetitosa una notizia... e cose di questo tipo. Cinquanta lezioni in classe con dei bravi docenti, molti di loro sono qui oggi. La Maria De Lourdes Raymon Dassi, Daniele Barbieri. Anche il dibattito è stato acceso. Questioni interessanti. Per esempio: Quanto io che scrivo rappresento la mia cultura? Chi ha stabilito che io sono una rappresentante della mia comunità e non invece di me stessa? Oppure: Sono giornalista,riporto soloi fatti e dunque sono obiettiva. Ma esiste l’obiettività? Da me il lettore si aspetta qualcosa di diverso? Forse si aspetta la verità. Cos’è la verità? Insomma vi assicuro abbiamo fatto anche della filosofia. Sono rimaste delle questioni aperte che magari riprenderemo in futuro. La nostra intenzione era quella di ritrovarci con le nostre firme sui giornali che si vendono in edicola, non quella di fare una pagina tutta nostra. Gli stranieri che scrivono per gli stranieri. E i giornali ci hanno dato ascolto (Gazzetta e Carlino) e li ringrazio E siamo stati capaci a convincerli che avrebbero occupato bene i loro spazio. Poi è nato il sito. Pipol. Immaginatevi una città. Dove c’è la scuola, l’ospedale, il municipio, il teatro, l’edicola... Immaginate una città ideale, che funziona, con uomini e donne che stanno insieme. Tutti un po’ uguali e tutti un po’ diversi. Una città di uomini e di donne dove sulle porte delle case ci sono fiocchi rosa e fiocchi azzurri perchè forse è proprio questa la prima differenza. E poi le altre. La lingua li accomuna, mandano i figli nella stessa scuola, si trovano negli stessi uffici e in fabbrica, fanno la spesa all’ipercoop, ma hanno anche voglia di essere diversi, di raccontare le loro storie, di fare musica, ognuno a modo suo, di scambiarsi le ricette. A proposito c’è anche il ristorante. Fanno il baccalà alla menta, un piatto del Marocco … un po’ pesante… per via dell’aglio. Nel periodo di ramadan si cucinava la zuppa del tramonto,con carne di montone, ceci, lenticchie e zafferano. E’ una città senza chiese ma con tante fedi dove la religione è un fatto privato, ognuno prega come sa e come vuole. E’ prima di tutto una comunità di cittadini non di fedeli. Insomma si sta bene in questa città. Ci si incontra. Una bacheca informa sugli appuntamenti:Festa africana alla Tenda al Foro Boario,Eletto il presidente della consulta,Torneo di kabaddi... Il kabaddi è un gioco indiano. Sono arrivati da tutta italia erano in 5000 al campo sportivo, con e senza turbante. C’è posto per tutti e tutti si interessano a tutti, come è giusto che sia! Incroci, finestre che si aprono, chiacchiere, punti di vista. E' la città virtuale.Se lo vogliamo a poco a poco potrebbe diventare reale. Con le nostre facce reali. Con i nostri nomi.Tatyana, Jabran, Assana, Azad, Alessia, Silvia, Rahsan, Samuel, Joaquim, Omar. Che raccontaquello che veramente siamo, e non bugie.

02/03/05


LA PAURA DELLA POLIZIA E LE PARCELLE DEGLI AVVOCATI
da una anonima mediatrice cinese

tratto da www.cies.it


La paura dello straniero, il timore che qualcuno non familiare possa far del male, la diffidenza di tutto ciò che è esterno alla comunità sono tutti elementi molto forti nella comunità cinese all'estero. Al punto che, alle volte, possono diventare addirittura patologici. Lavoro come mediatrice anche all'ufficio stranieri della questura di Roma e ne ho viste di tutti i colori. Nella cultura cinese infatti la paura per tutto quello che non sia strettamente cinese è molto forte ed è presente nella comunità immigrata in Italia.

Basti pensare che tutto il percorso migratorio si svolge all'interno della comunità cinese e dei capi-comunità che organizzano ogni cosa e dettano l'orientamento e i comportamenti.

In base a questo percorso, gli immigrati cinesi arrivano in Italia senza aver avuto contatti importanti con il mondo "esterno" e con la società di accoglienza. Ma a un certo punto questa chiusura e la scarsa comunicazione con l'esterno rappresentano nodi che vengano al pettine. E se ne ha un esempio, tra le altre cose, nel rapporto con la questura.

Come mediatrice di lingua cinese infatti è per me molto difficile rapportarmi con i miei connazionali. Arrivano in questura sempre accompagnati o da un amico, un parente o molto spesso da un avvocato italiano che non parla il cinese ma che è stato incaricato dal datore di lavoro del suo cliente di seguire la pratica in questura. E allora li vedi arrivare, dietro questi signori in giacca e cravatta, pagati molto bene (anche fino a due milioni) per sentirsi protetti dai poliziotti e dai funzionari di cui hanno terrore. Non conoscono il servizio che svolgiamo come mediatori e non si lasciano avvicinare facilmente pur vedendo il cartellino di riconoscimento in lingua cinese. Gli avvocati e gli accompagnatori li tengono a distanza dato che noi parliamo la stessa lingua e loro non sanno neanche una parola e hanno paura che gli diciamo chissà quali verità. Lo stato di terrore nei confronti della polizia italiana è così forte che degenera in difficoltà di comunicazione: mi ricordo il caso di una signora cinese a cui avevano rubato soldi e documenti. Interrogata dall'agente, la signora si è messa a ridere per il nervosismo e lo stato di agitazione in cui si trovava.

L'agente si è arrabbiato perché non capiva e pensava che la signora lo prendesse in giro.

Io gli ho spiegato che il ridere in situazioni di agitazione era un atteggiamento culturale molto comune in Cina e che la signora rideva per quel motivo. Ho dovuto spiegare al poliziotto questo comportamento che provoca molti problemi di comunicazione e impedisce rapporti interpersonali sereni e costruttivi.






OLTRE LA SOCIETA' DI ACCOGLIENZA: QUANDO LA MEDIAZIONE
ABBATTE I
PREGIUDIZI ETNICI
Da un’anonima mediatrice albanese

Tratto da www.cies.it


Ricordo il caso di un utente kosovaro, un profugo. Quel giorno ero di turno all'ufficio profughi della questura e, nei mesi della guerra e dell'accoglienza dei kosovari in Italia (a cui il governo rilasciò uno speciale permesso di soggiorno per motivi umanitari), ho lavorato con molti casi di kosovari. Loro, dal mio nome e forse dal mio accento, capivano che ero serba: in alcuni casi li ho visti arretrare da me, in altri invece mi accusavano che in quanto serba non li avrei mai aiutati veramente. Quel giorno ricordo le terribili parole dell'utente kosovaro che mi diceva: "tu sei serba e fai lo stesso dei serbi in Kosovo".

Io ho cercato di rassicurarlo, di spiegargli quale era il mio ruolo e il mio lavoro e che al contrario ero in quell'ufficio proprio per aiutarlo, al di là del conflitto esistente tra i nostri due popoli. Non so se l'ho convinto veramente: è stato il caso di mediazione più difficile che mi sia mai presentato. Comunque ho seguito la sua pratica e ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Non so se è uscito dagli uffici della questura con meno diffidenza ma, da parte mia, ho svolto il mio compito nei suoi confronti come in qualsiasi altro caso.



ARCHIVIO