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IL MONDO |
I Balcani e l'eterna guerra
di Darien Levani - Associazione Egnatia
Il più grande progresso non sarà quello di raggiungere certi standart, ma di non qualificarci più come serbi, albanesi, croati, musulmani e cattolici, ma semplicemente come " gente di Balcano".
Ma per fare questo dobbiamo saldare il conto con la nostra storia e con il nostro famoso nazionalismo...
Quando le anime si scaldano al richiamo di sogni nazionalisti, come succede spesso e tristemente nei Balcani, è dovere sublime degli intellettuali prendere duramente posizione, fare sentire la loro voce dura e cercare di fare ragionare chi fa leva sul popolo per realizzare i suoi sogni assurdi. Nei Balcani questo non è successo, anzi, non sono stati rari i casi in cui questi intellettuali si sono messi dall'altra parte e hanno incitato quell'odio assurdo che come sappiamo è sfociato in guerra. Ma la storia non dimentica e non perdona. Predrag Matvejevic, in un suo articolo, scrive:
"Ci sono stati intellettuali croati e serbi che, nel 1990, con i loro scritti, hanno fomentato l'odio etnico, sono dei talebani che si sono messi al servizio della macchina di istigazione bellica dei leader nazionalisti di Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina."
Aveva scritto nel saggio "I nostri talibani" uscito cinque anni fa:
"Talebano è l'Unno della fede e dell'ideologia."
Mile Pesorda, uno scrittore che si è visto nella lista degli intellettuali citati da Matvejevic, lo ha denunciato e il tribunale di Zagabria ha emesso una condanna di cinque mesi di carcere con la condizionale per reato di opinione. Il giudice Nenad Lukic ha considerato il termine "talebano" offensivo, e Matvejevic ha rinunciato a ricorrere in appello, non volendo legittimare questa sentenza assurda. Ha confermato quanto ha detto sui talebani dei Balcani, e si è dichiarato pronto a recarsi in prigione non appena glielo si chiederà.
L'ex – presidente Scalfaro ha concesso a Matvejevic la cittadinanza italiana, permettendogli di restare in Italia senza avere problemi perché nessuno oserà chiedere l'estradizione. Lo scrittore però non lo farà, intendendo sfidare chi ha emesso questa sentenza.
Matvejevic è stato condannato con la condizionale, ossia, la condanna diventerà effettiva se ripeterà ancora quei termini con i quali ha apostrofato i nostri talebani. Una stupenda scappatoia se vogliamo, ma lo scrittore non ricorrerà nemmeno a questa. Appena gli è giunta notizia della sentenza ha infatti confermato tutto quello che aveva scritto.
Bruciato anche l'ultimo punto che gli restava, è ancora sereno, tanto che a dicembre 2005 ha sfidato la sentenza della corte di Zagabria entrando in Croazia, dove ha tenuto anche discorsi pubblici nella stessa capitale.
Solidarietà gli è giunta da diversi scrittori e intellettuali – tra i quali anche quello del premier croato Ivo Sanader che ha definito "inaccettabile" la condanna -. Nella lunga lista delle persone che hanno offerto la loro solidarietà a Matvejevic si annotano anche Vincenzo Cerami, Erri De Luca, Enzo Siciliano, Claudio Magris, Dacia Maraini. e molti altri ancora.
Predrag Matvejevic, nato nel 1923 a Mostar (Bosnia-Erzegovina), da madre croata e padre russo, ha insegnato all'Universita' di Zagabria ed alla Sorbona di Parigi, attualmente insegna all'Universita' di Roma; studioso e rappresentante del dissenso all'epoca dei regimi del socialismo reale, dopo la caduta del muro si e' opposto anche alle "democrazie" al potere in molti paesi dell'Europa centrale ed orientale.
19/02/07
Napoleón, da Lima a Modena
di Silvia Pinal
Diciassette anni fa Napoleón Becerra arrivò in Italia. Era partito dal Perú attraversando i confini con l’Ecuador assieme ad un gruppo di nove persone. “Avevamo 30 dollari ma abbiamo dovuto spenderli per corrompere alla polizia nella frontiera” racconta questo peruviano di 41 anni.
Da quel momento decise di costituire il gruppo di musica “Takillakta” ed impegnarsi a diffondere la cultura peruviana attraverso la musica. Era il 1989, il suo paese era immerso in una situazione abbastanza difficile, per questo dovette partire per l’Italia. “Facevo parte della Federazione Universitaria, organizzazione che fu accusata di terrorismo – spiega – Ho studiato parecchio e sono diventato ingegnere agronomo. Era il tempo di Sendero Luminoso. Avevo un buon lavoro in Perú ma la situazione era difficile; mio padre era andato in carcere e adesso… è candidato a deputato”. La prima cosa di cui è rimasto sorpreso in Italia è stata la libertà di opinione. “Sono venuto con il mio gruppo musicale al Festival dell’Unità e sono rimasto scioccato per la libertà che c’era. Ero abituato a pensare che indossare una maglietta del Ché Guevara o qualche segno di sinistra fosse reato. Da noi saresti andato in galera perché pensavano che fossi un terrorista”. Napoleón non perde il sorriso e mi spiega che quando emigri vivi molto di più. “Ognipaese a cui ti sposti è un mondo diverso, allora avrai diverse vite. Io ne ho tante…”. Ma i primi anni non sono stati facili. Il titolo di ingegnere non era riconosciuto e se voleva studiare doveva ricominciare dalla terza media. Così le porte per esercitare la sua professione gli si sono improvvisamente chiuse in faccia. Per questo si lamenta della immagine sociale che ha il popolo peruviano. Secondo lui, si pensa che in Italia i peruviani servono solo per essere domestici, operai e badanti e invece c’è tutta una cultura dietro. “Gli immigrati sono un gruppo eterogeneo. Non tutti sono uguali ma sono trattati allo stesso modo; anche se hai una laurea devi ricominciare una vita da capo”. Adesso è impegnato nella attività culturale con il suo gruppo musicale e con un blog su internet. “Vorrei anche portare avanti un’organizzazione culturale ma è molto difficile perché molte persone vengono da ambienti difficili, ad esempio dalla periferia di Lima, e non vogliono integrarsi. Il governo non fa abbastanza per favorire questa integrazione. Deve cambiare la mentalità di tutti, se non si fa così, si rallenterà lo sviluppo italiano. Chi lavorerà per una popolazione che ogni giorno diventa più anziana? L’integrazione non significa soltanto provvedere vitto, è anche far sentire bene quelli che vengono a cercare una vita migliore”. Napoleón sostiene che la immigrazione e molto importante per l’Italia ma anche per il Perú. Spiega che prima chi era intenzionato a lasciare il proprio paese non era visto bene, adesso invece la situazione è cambiata. “Lo stato si interessa dei suoi cittadini immigrati e potenzia le ambasciate e i consolati perché si sono accorti di tutti soldi che entrano nel paese per il lavoro dei emigrati”. Napoleón si trova bene in Italia, ma gli manca l’ottimismo. “La cosa migliore che c’è in Perú – commenta – è il forte desiderio di vivere la vita. La gente riesce a staccare dai propri problemi e godere delle piccole cose. In Italia non ci si riesce così facilmente”. Il giorno dopo avermi concesso l’intervista, Napoleón parte per il Perú per aiutare suo padre nella campagna elettorale. “Ma poi tornerò e continuerò a lavorare per la valorizzazione della cultura peruviana” spiega sorridendo un’altra volta.
Scheda Napoleon
Fonte dati: Commissione per Verità e la Riconciliazione del Perú
1989. L'anno in cui Napoleon arriva in Italia è anche l’anno in cui si consuma uno dei punti massimi di violenza in Perú, secondo la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (CVR). Fra il 1980 e il 2000, come emerge dagli studi della Commissione, il Perú ha sofferto il più lungo ed esteso conflitto armato della storia della sua repubblica. Il 17 Maggio di 1980, il gruppo “Sendero Luminoso” (SL) che si dichiara d'origini marxista, leninista e maoista inizia a sostenere una lotta armata contro il governo. La tecnica impiegata consisteva nel mischiarsi con la popolazione civile e fare uso della violenza contro i rappresentanti e partiti dell'antico ordine, in altre parole, i contadini e le piccole autorità locali, lasciando fuori l’elite economiche del paese. In questo modo la polizia e l’esercito non poteva distinguerli. Anche le forze dell’ordine iniziarono a combattere questo “gruppo invisibile”. Così scoppiò una corrente di violazioni dei diritti umani da parte della polizia, l’esercito, la SL e un altro gruppo "Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru" verso la popolazione civile che si trovava nel mezzo di un fuoco crociato.
Il periodo che va dal 1989 al 1992 è descritto dalla Commissione per la verità e la Riconciliazione come “La crisi estrema: Offensiva dei sovversivi e controffensiva dello Stato”. Dal 1986 il conflitto si estese in tutto il paese e la crisi economica diventò sempre più preoccupante. Il Sendero Luminoso era nato all’interno dell'Università, allora le forze dell'ordine erano diffidenti di tutti quelli che la frequentavano e secondo i dati della CVR, la maggior parte delle violazioni ai diritti umani è state fatta per le forze dell'ordine: polizia ed esercito.
28/02/06
Lisbona, tra saudade e sfide del terzo millennio, una città pronta a salpare
di Elena Bellei
16/05/05
Lisbona è una città di luce, dalle nuvole veloci e dalle ombre nette. E’ un disegno chiaro e composto, in bianco e rosa, che col passare del giorno e della notteacquista tonalità sfumate, d’ avorio e di ocra.Lisbona è una città di luce anche quando la luce non c’è, quando il selciato di pietre lucide delle piazze brilla sotto i lampioni come fosse tirato a cera. Un’opera impressionista, si direbbe, o un disegno di Klee,dove spunta quando meno te l’ aspetti (da un balcone straripante o da un cortile minuscolo) un macchia di verde che cresce a dismisura, perchè ha precedenza su tutto.
Nel cuore del giardino del Principe Real, uno dei più vissuti della città dove si beve Madeira esi fa musica, un albero non è mai stato potato, ma puntellato con una sorta di ponteggio in ferro battuto fino a costruire attorno a lui un elegente bersò. Nei parchi incontri alberi mai visti prima, esotici forse, che immagini rarissimi, originari delle ex colonie.
A Lisbona (globalizzazione permettendo) c’è rispetto per le cose e le persone.“Maniere antiche...che vanno a scomparire” dice Eunice, un’amica portoghese, la stessa che mi confida che la sua generazione si rivolge ancora con il Voi ai genitori.
Si respira un’aria retrò a Lisbona e stupisce vedere le auto fermarsi alle strisce pedonali, e i giovanilasciare il posto a sedere ai vecchi che viaggiano sul tram, quelli sì, autenticamente retrò, (20 sentados - 38 de pé) veri gioielli della città, che si arrampicano su per strade strette del quartiere arabo dell’Alfama.
Pur nell’ invadente omologazione delle grandi firme (da Gucci a Vitton da Benetton e Zara, non manca nessuno) resta l’affezione ai segni del passato e la conservazione delle insegne dei negozi del Chiado, dalle vetrine di cristallo molato, dagli infissi intarsiati, dai fregi liberty. (E fortunatamente la sfida della modernità non ha scalzato nemmeno i tailleur per signore robuste, taglia 50 e oltre). Le botteghe del caffè e delle spezie a pochi passi da Fernando Pessoa, in bronzo, seduto ai tavolini della Brasileira Cafè, mantengono le identiche confezioni di 50 anni fa e per i commercianti - ci dice uno di loro - vendere è un rito, retaggio forse di ben altri commerci, d’oltre mare e d’altri tempi.
Eunice mi consiglia di non lasciarmi ingannare in fretta dalla proverbiale gentilezza portoghese che, per quanto abbia qualcosa di più profondamente sincero rispetto alla politesse, mostra i limiti quando ci si mette al volante.E per continuare il gioco delle pericolose generalizzazioniverrebbe proprio da dire: tutto il mondo è paese! Le auto potenti, secondo Alberto, un amico italiano che vive e lavora a Lisbona, hanno rappresentatoil primo evidente status simbol del recente progresso portoghese. Col centro della città impreparato al traffico, con pochi e piccoli parcheggi e una topografia complessadi saliscendi(anche Lisbona come Roma è coricata su sette colli), pare non abbiano nulla a che vedere. Si corre ai ripari e i cantieri sono ovunque specie nel Bairro Alto. Due anni fa la centralissima piazza De Camoes è stata letterallemente scoperchiata per fare spazio a un parcheggio sotterraneo, poi ricoperta esattamente come prima, coi condottieri a cavallo rimessi al suo posto nell’aiuola centrale.
Il benessere è arrivato adagio dopo che la storia ha chiuso i conti con la dittatura di Salazar che ha tenuto con il cappio al collo il paese per oltre 30 anni. Il vento di ricostruzione che l’Italia aveva respirato nel dopoguerra soffia trent’anni dopo, come sulla Spagna del dopo Franco. Ma il benessere economico arriva solo con gli anni 90.
“Anche noi abbiamo conosciuto la nostra movida” conferma Madalena, che lavora in una assicurazione, e nel periodo d’oro stava all’università “dopo il 25 aprile del ‘74 che ha segnato la fine della dittatura, la gente era talmente eccitata da esserne impaurita. Non era abituata ai cambiamenti.Io andavo a ballare tutte le sere”.Madalena smentisce il mito dei portighesi tristi, della saudade, della nostalghia che avvolge le spalle come gli scialli neri delle cantanti di fado. Eppure non è un caso che, secondo i caratteri cosidetti “tipici”, si dica che i portoghesi sono tipi eccentrici. Come laposizione geografica della terra lusitana del resto, una finis-terrae con gli occhi rivolti all’oceano. Storicamente esposta, proiettata verso un qualsiasi altrove. Legata da un unico idioma e dalla stessa memoria di un passato di potenza ha fatto forse del suo popolo uno spirito che pare unico, dalle passioni composte, dall’espressività misurata.
Il fado non si balla, si canta, normalmente in piedi, senza gesti aperti, accompagnato da chitarre a 12 corde accoppiate (o otto o dieci) Ora pacato come un discorso a bassa voce ora più intimo dal timbro sofferente, canta la nostalgia di ciò che si è perduto e il rimpianto di ciò che si è solo sognato.“Non serve capire le parole” precisa Madalena “è la musica che parla. E’ come se dicesse: tutto è fatalmente più forte di noi”. Ora gli eredi di Amalia Rodriguez sono figli degli anni 90, gli anni aperti all’Europa, dividono fans con Bruce Springsteen e i Nirvana e rivendicano la loro tradizione e la loro identità. Cristina Branco, Paulo Braganca e Mariza, l’ indiscussastar del fado moderno, rappeuse biondissima, una allure da icona rock, nata a Monzambico. Proprio il giorno dell’anniversario della rivoluzione il 25 aprile ha presentato il suo disco con testi di Fernando Pessoa. “Ascoltando un ritmo nuovo” canta “si innalza dal fondo l’essere che ho conservato, e ascoltando io so che sono ciò che sarò, perchè sempre desiderare è vivere”.
Il bello di questo paese è esposto il brutto è no. “In Portogallo è ancora molto bassa la coscienza dei diritti“ dice Rita chelavora all’università e sperimenta progetti di teatro sociale per i giovani. ”Non esistono movimenti d’opinione, forti associazioni o sindacati che cercano di cambiare quello che non va”e aggiunge “ho fatto nascere i miei figli in Italia (in provincia di Parma dov’è nato il marito n.d.r.), qui le strutture sono antiquate. Il parto naturalenon si conosce nemmeno, le donne sono ancora coricate e legate alla poltrona del parto, come cinquant’anni fa, e non ci sono associazioni di donne che si battono per cambiare le cose.”
In Portogallo l’aborto è ancora un crimine. Praticato clandestinamente nelle case dalle ostetriche (8 anni e mezzo è stata la pena inflitta in un recente processo ad una di loro)si stima cheoltre 20mila donne ogni anno interrompono la gravidanza. Molte di loro perdono la vita per complicazioni. Il referendum previsto per il prossimo autunno non lascia ben sperare.
L’ educazione sessuale e la diffusione di sistemi anticoncezionali è lasciato a rare esperienze coraggiose come quella del teatro sociale di Evora che si fa strada senza troppi mezzi all’interno delle facoltà di pedagogia più avanzate. Una sorta di teatro aperto dove le rappresentazioni si interrompono a metà della storia per lasciare al pubblico la decisione di un finale convincente.
Lisbona è splendente e rosata, tanto da pensarla così femminile da non competere con altre donne/città d’Europa, Lisbona è struggentecome l’eterno mito di Penelope che aspetta un ritorno con occhi pieni di nostalgia; poi però confonde le carte, e mette in scena ogni volta che puòla potenza dell’impero perduto (questa sì tutta maschile), quasi e dire che certo di nostalgia si tratta ma non d’amore.
L’immaginario sembra rimandare, nelle architetture e nei fregi in pietra delle chiese, nelle lineedella suggestiva stazione Oriente, a viaggi oltre oceano: vele spiegate e alberi maestri, bussole, funi e velieri pronti a salpare. Il Monastero dos Jerònimos, ripulito e rimessoa nuovo di recente, ne celebra i fasti. Due tombe in marmo, una a fianco dell’altra, decorate con bassorilievi raffigurantisfere armillari e strumenti nautici, sono soste obbligate per chi visita il monastero. In una riposano le spoglie dell’esploratore Vasco de Gama nell’altra quelle di Luìs de Camoes, suo agiografo, autore del poema epico che celebrò la conquista di India e Marocco in nome di Dio. Sacro e profano insieme, dove il primo legittimail secondo, in questo caso le sue efferratezze coloniali, tutto in una cornice raffinatissima di palmizi di marmo, barche che portano nomi di santi, medaglioni intarsiati con le facce dei navigatori (ma quanti sono?) elefanti in granito e via dicendo. Attorno alle porte dei confessionali (vere e proprie cellette in muratura) occhieggiano visi in pietra dai occhi allungati, dai nasi larghi e zigomi spropositati, da copricapo improbabili, scolpiti dagli artigiani del tempo suggestionati dai racconti di chi tornava da terre magiche e lontane.
Oggi più che mai la città-nave, la gigantesca struttura dell’Expo ‘98, sulla quale la capitale portoghese ha giocato tutte le sue carte, prova a salpareper la sua più ambiziosa avventura. La destinazione del viaggio è il Terzo Millennio.
Che lo si voglia o no la rappresentazione degli antichi fasti (o il suo fantasma) ritorna ma ora le cosiddette ex-colonie segnano la vita di Lisbona con la loro essenza e occupano gran parte della scena culturale, soprattutto letteraria e musicale.“Capoverde, Monzambico, Angola, fanno parte di noi e noi di loro - dice Rita - Siamo cresciuti insieme. Non si conosce questa città se non si comprende anche la sua autentica anima meticcia”.
Nella foto: Piazza Don Pedro IV (Rossio)
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