L'OSPEDALE


La vita di Ester

Le storia, il lavoro, le aspettative delle infermiere polacche che hanno scelto di vivere nella nostra città.
Indagine condotta dallo Sportello Ester della Cooperativa Integra di Modena
di Elena Bellei

E' attraverso il servizio Ester, uno sportello che offre assistenza e informazioni alle donne straniere che lavorano come infermiere nella nostra città, che abbiamo conosciuto Barbara, Anna, Margherita, Renata, Irina e le altre.
Vengono dalla Slesia, regione tra le più industrializzate della Polonia, che ha conosciuto negli ultimi anni una forte depressione economica, costretto alla chiusura molte strutture pubbliche e lasciato senza lavoro gran parte del personale sanitario.
Non sono ragioni storiche, affinità politiche o culturali, nemmeno recenti gemellaggi economici che hanno portato in Italia giovani e meno giovani signore polacche a ricoprire ruoli infermieristici, ma un fortunato incontro tra domanda e offerta, che un lungimirante funzionario dell'Azienda Sanitaria Locale ha curato con pazienza.
E' da qualche anno infatti, per la precisione dal 2001, che l'Azienda Sanitaria Locale di Modena ha avviato una serie di contatti con l'estero, ed in particolare con questa regione, per offrire opportunità di impiego.
Resta difficile, e non è comunque nostro compito, almeno in questa breve indagine conoscitiva, cercare di comprendere le cause che allontanano da questa professione (che qualcuno a ragione definisce missione o vocazione) le donne della nostra regione. Ma alcune ipotesi, verificate solamente a livello informale tra le donne, italiane e non, che frequentano il servizio Ester, fanno credere che se la professione di infermiera era un tempo ambìta e considerata di grande soddisfazione, seppur faticosa e carica di responsabilità, ora rimane agli ultimi gradini della scala delle ambizioni professionali. Questo perché, sempre a loro dire, soddisfazioni personali e gratificazioni economiche non compenserebbero più carichi di responsabilità e di impegno eccessivi.

Il lavoro di infermiera andrebbe così ad aggiungersi ai cosiddetti lavori che “gli italiani non amano più fare”. Ma perché guardare ad Est per cercare soluzioni?. Pura coincidenza potrebbe dire qualcuno. Eppure da quando il nostro paese ha cominciato a confrontarsi con l'immigrazione esistono mestieri che, a torto o a ragione, vengono associati a un paese piuttosto che a un altro. Come succede per le lavoratrici filippine impegnate come colf, gli immigrati del Punjab prevalentemente impiegati nell'allevamento del bestiame, i giovani ghanesi associati automaticamente al settore metalmeccanico, i cinesi a quello della ristorazione.
Predisposizione naturale? Tradizione culturale o religiosa? O forse semplicemente la cattiva abitudine a rendere stereotipo il connubio lavoro-etnia per facilitare il pensiero e non approfondirne la comprensione.
Resta da chiarire, e non solo in questo contesto, quanto il rischio di questa facile catalogazione, possa trasformarsi in un freno per differenti progetti di emancipazione.
In ogni caso Barbara, Anna, Margherita, Renata potrebbero aggiungere, senza peccare di presunzione, che loro questo mestiere lo sanno fare davvero bene. Basti dire che in Polonia occorrono cinque anni per ottenere il diploma di infermiera ai quali se ne aggiungono tre per la specializzazione, che in Italia sarà riconosciuta soltanto quando il loro paese entrerà a pieno titolo tra i paesi dell'Unione.
Inoltre, a detta di tutte, questo particolare impegno di cura deve essere vissuto non come una mera professione ma come una sorta di vocazione, con la giusta “dedizione”, che a loro non manca di certo. Dunque se le donne intervistate dovessero elencare i problemi che hanno incontrato in quello che comunemente viene chiamato il loro “percorso migratorio” non metterebbero al primo posto il lavoro.
E' pesante, costringe a turni notturni e faticosi, richiede pazienza, ascolto e capacità di comprensione, ma non è questo che preoccupa. Semmai il contrario, ovvero come è successo, per fortuna per poco in alcune strutture, ciò che trovano inaccettabile è il ricoprire ruoli sottostimati o inadeguati rispetto alle loro competenze. Inconveniente causato forse da qualche incomprensione iniziale ma presto superato grazie anche alla consapevolezza dei loro diritti (Solidarnosh insegna) e alla loro determinazione.
Una cosa è certa. Per le signore che abbiamo incontrato, che rappresentano un esiguo campione, e per le informazioni che esse stesse ci hanno fornito come portavoci di uno spirito femminile polacco, l'etica del lavoro nella popolazione femminile è molto alta. Il lavoro è un valore importante, trasmesso in famiglia fin dall'infanzia.
Si studia molto per lavorare bene. Gli esami da superare non sono semplici. Ci si tiene costantemente aggiornati. Solo in casi di reale necessità, come l'attuale situazione nazionale impone, si accetta un lavoro qualsiasi e comunque anche in questo caso lo si svolge al meglio.
Alcune di loro (sono una settantina le infermiere arrivate dalla Slesia a Modena) sono impegnate in strutture ospedaliere, altre in servizi residenziali di assistenza, case di cura, centri diurni, servizi per anziani.
Proprio con gli anziani lavora M. che vive a Modena da due anni.
“Vuole sapere il motivo per cui sono venuta?” mi chiede.
“L'ospedale dove lavoravo come responsabile del reparto di terapia intensiva semplicemente non esiste più. Sono stati mandati tutti a casa. Abbiamo attraversato degli anni molto duri in Polonia. Colleghi che più fortunati di me non finivano licenziati non vedevano però lo stipendio da mesi, oppure erano pagati un terzo rispetto agli accordi. E' chiaro che quando si è presentata questa opportunità l'ho presa al volo”.
La sua avventura italiana a parte qualche disguido iniziale, (aspettative deluse rispetto alla casa, che secondo gli accordi avrebbe dovuto essere a disposizione da subito) si è dipanata senza troppe scosse. E' proprio qui che ha conosciuto il marito, anche lui polacco, anche lui infermiere, l'unico uomo che faceva parte del gruppo di trenta arrivati nel 2001.
“I primi mesi abbiamo abitato tutti e trenta in una grande casa del centro, un vecchio convento che aveva ospitato in passato giovani collegiali. Poi abbiamo trovato una casa e a quel punto abbiamo potuto fare i nostri progetti familiari”. Kasper, di pochi mesi, biondo con gli occhi chiarissimi, che fa la sua comparsa in braccio al padre durante la nostra intervista, è il segno evidente di un progetto realizzato.
“Non so se sarei rimasta se non avessi avuto qui mio marito” aggiunge M.
e conferma una convinzione diffusa soprattutto tra le più giovani: una casa come si deve, ma soprattutto la possibilità di avere qui la famiglia sono le condizioni indispensabili per rimanere.
Per le donne adulte, quelle che hanno lontano la famiglia e vivono il loro soggiorno in Italia come una parentesi temporanea, più funzionale al benessere della propria famiglia che alle proprie realizzazioni personali, la cosa cambia, così come cambia l'atteggiamento nei confronti del lavoro, addirittura (almeno questa è la percezione), nei confronti di questa nostra indagine conoscitiva. Una punta di scetticismo, è riservata a tutto ciò che fa perdere tempo. Siamo qui per lavorare pare che dicano, e gettano un' occhiata all'orologio. Tutte le lungaggini burocratiche, i mille fogli da compilare, le informazioni dei servizi che in qualche caso si rivelano contraddittorie, le nostre stesse domande sono tempo rubato, tempo che non rende.
“Si, sentiamo molto questa responsabilità”, confessa B. “ma non da ora. Forse è stata la necessità a renderci così concrete, a lottare per portare a casa quello che serve, senza perderci d'animo. E negli ultimi anni, mi creda, non si trattava semplicemente della necessità di vivere meglio ma di sopravvivere”.
Qualcuna ricorda che forse anche l'organizzazione sociale, che ha sempre messo sullo stesso piano uomini e donne anche nei lavori più duri, ha forgiato in un certo senso uno specifico nel carattere femminile polacco.
Non si sono mai perse d'animo, le signore dell'Est, nemmeno di fronte agli screzi scaturiti dalla convivenza con le colleghe italiane.
“Quanto resterete in Italia?” chiedevano le colleghe italiane, a volte per sincera curiosità ma più spesso per un serio timore di retrocedere nella posizione conquistata nella fase di emergenza, che aveva promosso al ruolo di infermiere anche figure professionali addette alla assistenza di base.
“Competizioni professionali comprensibili più che gelosie” dice saggiamente una di loro aggiungendo però che quando le colleghe si mettono a parlare tra loro in dialetto per non farsi intendere la cosa addolora.
Sono più spesso le dinamiche personali che appesantiscono il lavoro, come ad esempio una certa insofferenza da parte dei colleghi di fronte al piglio decisionista delle nuove arrivate. “Piano piano” mi dicono in reparto quando mi affretto a fare le cose “ma sa, nel nostro lavoro bisogna prevedere cosa può servire più tardi, e organizzarsi per tempo. Io lo faccio, altri no, poi quando c'è l'emergenza c'è sempre qualcuno che va nel panico”.
I confronti con una diversa cultura del lavoro sono inevitabili, e sono espressi, sempre con discrezione, nel bene e nel male. Niente da dire per esempio a proposito della struttura organizzativa. “L'organizzazione dei servizi ospedalieri è buona” aggiunge una collega, “però a mio parere a volte c'è un po' di pigrizia, c'è chi se la prende comoda. Poi qui non c'è tanto l'abitudine a stare a sentire i pazienti. Non si dedica abbastanza attenzione. Da noi il lavoro è tutto visto in funzione del paziente. Devi starlo a sentire. Non le pare giusto?.....” Una domanda come tante, che invita a riflettere.
Dubbi, confronti, aspettative soddisfatte o deluse, è in parte ciò che ci consegna il fenomeno migratorio. Un modo di guardare la realtà con uno sguardo diverso.
Poi c'è la lingua. L'agenzia polacca che prima dalla partenza per l'Italia aveva il compito, come da accordi, di fornire consulenza per pratiche burocratiche e corsi di italiano ha fatto la sua parte, ma quattro mesi di corso sono pochi per muoversi bene in un paese straniero.
“Una sera semplicemente mi sono ritrovata a Finale mentre dovevo andare a Mirandola”. Racconta A. 39 anni“. Le indicazioni sull'autobus non c'erano e io non avevo con me il vocabolario, ho provato a chiedere ma non ci siamo capiti. E' frustrante. Succedono continuamente queste cose quando non sai la lingua”.
Poi l'italiano dei primi tempi, quello essenziale per comperare pane, pasta e insalata, si è via via perfezionato con altri corsi (che lo stesso progetto modenese prevede) e con la pratica.
“Per me è stato il problema più grosso, quello della lingua” dice Ma. di 30, “Avevo paura di sbagliare, di fare ridere” e confermando una caratteristica tipicamente italiana aggiunge “Gli italiani ridono quando sbagli. Lo trovano divertente”. E, seppur rassicurata sul fatto che gli italiani ridono per simpatia, per una naturale propensione all'ironia, la cosa resta comunque poco gradita.
“Me la cavo bene“ dice O. 32 anni, qui da un anno “ma mi mancano le parole per parlare con gli altri, fare delle conversazioni, dire le mie opinioni, questo mi dispiace.”
E ancora le cose si complicano quando ci si imbatte nel linguaggio tecnico, quello dell'amministrazione pubblica, quello della burocrazia. Per firmare un contratto d'affitto, per compilare i documenti per il ricongiungimento o per il riconoscimento dei titoli.
Per fortuna il servizio di mediazione fa bene la sua parte e chiarisce le incomprensioni.
“Non mi era mai capitato di dover compilare dieci carte per avere una risposta.” dice seccata S. 32 anni, “Da noi ci si sbriga prima”, ma quello che affatica di più sono le informazioni contraddittorie. Un documento che a un certo punto del percorso diventa indispensabile, e di cui nessuno aveva mai fatto richiesta. Un appuntamento fissato per il ritiro di una pratica che poi viene rimandato, annullato, o peggio si rivela inutile. Regole e normative che cambiano nel giro di pochi mesi.
Tutto ciò che rallenta, per incuria, per cattiva informazione o per i farraginosi percorsi della burocrazia, è vissuto con fatica e delusione. Tutto ciò che di poco o di tanto non corrisponde alle condizioni prospettate a monte assume l'aspetto di un involontario “tradimento”.
“Mi era stato detto che mio marito poteva raggiungermi” dice R: “poi le pratiche di ricongiungimento si stanno rivelando lunghissime e non so come andranno a finire”.
Ma forse vale la pena fare una considerazione, peraltro non verificabile, sulle aspettative di chi in qualche modo viene “invitato” a venire.
Chi si appresta a intraprendere una avventura migratoria si confronta con una realtà spesso ostile e con delusioni cocenti. Ma ne detiene in parte la responsabilità perché sua la scelta originaria, (se si può dire scelta quella che nasce da una necessità). Diverso appare l'approccio con una società che si è detta “desiderosa“ di averti tra i suoi membri, che ti considera risorsa preziosa per la sua organizzazione e che su di te investe e progetta. Si presume in questo caso che il valore contrattuale del lavoratore aumenti e con esso l'illusione di condizioni ottimali.

“Quando siamo arrivate, io e le mie tre compagne” confessa M. con un aneddoto a conferma di questo sentimento “i dirigenti ci sono venuti a prendere alla stazione. Siamo state accompagnate nell'appartamento messo a disposizione del datore di lavoro. Ci hanno chiesto se andava tutto bene o se c'era qualcosa da cambiare. Allora abbiamo cominciato a chiedere di tutto. Anche le piccole cose, per esempio di cambiare le tende del bagno che avevano un colore che non ci piaceva. Abbiamo esagerato”. Ridono. “Si, abbiamo superato i limiti”.
Come dire: se qualcuno ci vuole qui perché la nostra forza lavoro qui è più preziosa che altrove le attenzioni per noi saranno infinite. Poi la realtà costringe a fare i conti con gli imprevisti, e le delusioni sono proporzionali alle illusioni.
“Si, ci sono stati degli imprevisti. Cose che non avevo messo in conto” ci dice R. “Ho chiesto il ricongiungimento. Credevo fosse più facile. Mio marito ha lasciato il lavoro che aveva in Polonia, era responsabile di una piccola azienda edile. Si occupava di impianti elettrici.
Si era prospettato per lui un lavoro da muratore in Italia, ma adesso qui non può restare.”
Le condizioni per il ricongiungimento infatti sono precise. Occorre dimostrare l'idoneità dell'alloggio (sono i vigili urbani che ne certificano le condizioni) e una busta paga del richiedente non inferiore a 4500 euro. I tempi sono lunghi e per il momento lui può raggiungere la moglie solo tre mesi in estate con un permesso di turismo.
Ma R. ha pazienza. “Mi manca molto mio padre, che è anziano e qui non può certo raggiungermi. Quando penso a lui mi prende una grande nostalgia. Ha fatto tanto per me per poi vedermi andare via....”
Nostalgia, “Nostàlghia”, è la parola che fa da sfondo a molte di queste interviste, compare e scompare con uno scatto d'orgoglio.
Tutto sommato R. si ritiene fortunata perché a Modena sta bene, il lavoro le piace e quel che più conta, ha con sé il figlio che da quest'anno potrà andare alla scuola materna.
Secondo la legge italiana, infatti, fino alla maggiore età i figli non possono essere rimandati a casa.
R. ha trovato casa grazie alla mediatrice dello sportello Ester. Al terzo piano di una palazzina poco lontano dal posto di lavoro. “Ma non è facile trovare un alloggio a condizioni accettabili” dice R. “Qui la gente è cordiale, sorridente, ma quando si tratta di affittare agli stranieri ci pensa due volte.” Perché? Giriamo la domanda proprio alla mediatrice che negli ultimi mesi ha accompagnato le utenti nelle diverse agenzie. “I proprietari dicono che il rischio è grosso ad affittare agli stranieri” e riporta le loro parole. Dicono: “Affitti a due inquilini poi dopo qualche tempo te ne ritrovi in casa otto. Io mi sforzo a spiegare che le famiglie polacche non sono mai così numerose....ma c'è un po' d'ignoranza. Quando si dice stranieri pare siano tutti uguali”.
Un servizio che informava sulla nascita dello sportello Ester, mandato in onda su una tivù locale, ha fortunatamente aiutato la ricerca. Le storie di Barbara, Anna, Margherita, Renata hanno incuriosito la gente. Un'intervista sul loro lavoro e sulla loro vita a Modena le ha rese “visibili”. Qualcuna è stata anche riconosciuta un mattino al mercato e fermata come una star. L'episodio è stato divertente, molto di più, ha fatto arrivare allo sportello Ester telefonate di proprietari disposti ad affittare appartamenti alle infermiere polacche. Sarà la forza della comunicazione, come si usa dire.
“Il problema rimane” ribatte B. la mediatrice. “Ho incontrato gente che aveva idee molto confuse su dove fosse la Polonia e su come si vivesse da noi.“ Ma scusi la Polonia è il paese del Papa?” mi chiedeva qualcuno. Si è il paese del Papa, rispondevo. E questo mi pareva il lasciapassare che metteva tutti d'accordo”.
E' forse anche per questo che le donne polacche guardano all'Italia per i loro progetti di vita? Il fatto che il Papa polacco sia proprio qui è stata una spinta a decidere? Domando.
“Bé avere una cultura simile, una religione comune rende tutto più semplice. Ma soprattutto essere a poche ore da casa è rassicurante. Puoi tornare in estate in 13 ore di macchina e stare con i tuoi.”
Qualcuna aggiunge che si pensa all'Italia perché è qui che ora c'è lavoro.
“No, non vorrei che si dicesse che veniamo qui solo per il lavoro, solo per bisogno” smentisce con decisione M. 30 anni. “Siamo qui anche per conoscere questo paese, per imparare cose nuove, per parlare la vostra lingua, che è bellissima”.
Le donne della terra di Chopin, del paese che non si lasciò piegare dallo stalinismo più repressivo dell'Unione Sovietica, del paese che più d'ogni altro tentò una disperata resistenza di fronte al nazismo più spietato, non ci stanno ad essere considerate forza lavoro. Preziose pedine di un gioco necessario di domanda e offerta. Nè solamente utile risorsa per il paese ospitante e per quello d'origine che rilancia la sua economia con le rimesse delle immigrate. Sono donne coraggiose le donne polacche, e curiose , che sperimentano volentieri esperienze nuove, aldilà della necessità del lavoro. Tutte quelle che passano da Ester, rivelano i nostri questionari, hanno interesse per la letteratura, la musica e l'arte.
“L'Italia per me era il paese dell'arte, dell'architettura prima che il paese dove avrei potuto lavorare. Quando pensavo all'Italia pensavo alle sue fontane.... Le andrò a vedere prima o poi.”
L'immagine del nostro paese filtra nell'immaginario attraverso racconti, letture, film. Che immagine avevano le signore polacche del nostro paese? “Conoscevamo l'Italia soprattutto attraverso i suoi film. Vacanze Romane. La dolce vita. Fellini, un mito!” e aggiunge una di loro in un italiano perfetto “Ah quanto mi piace Mastroianni...”
A.M. 43 anni impegnata in un reparto di pneumologia dice “ pensavo a un paese caldo e a pasti gustosi e avevo in mente delle canzoni italiane...che però adesso non ricordo.
La prima sera che mi hanno parlato della possibilità di venire ho guardato sull'atlante, non sapevo esattamente dove si trovava l'Italia....ho cominciato a fantasticare, immaginavo gente gentile”.
E la gente è veramente così gentile? Le proiezioni della fantasia che scorrevano sullo scherzo immaginario poco prima di partire sono state confermate o si sono rivelate illusorie?
“La gente aiuta se sei in difficoltà. La gente è sorridente. E qui è pieno di colori...” dice decisa Ma. che confessa che se non fosse perché questa città è cara, molto cara, farebbe volentieri crescere suo figlio a Modena, sicura che sarebbe un bambino felice. “Da noi la gente è più chiusa, più triste. La gente ha troppi problemi.”
Nessuna delusione dunque? “Bé la delusione è questo Occidente tanto decantato” risponde senza remore M. “La tivù polacca continuamente dice: da noi è così in Occidente molto meglio.... Da noi si fa questo, in Occidente molto molto di più....Si, qui la gente è gentile ma.... dov'è l'efficienza di cui tanto si parla?”
Qualcuna ricorda che in giro per il mondo Italia non vuole dire solo Fellini ma anche Ferrari, grandi fabbriche, tecnologia. E poi? “Questa è veramente una gran delusione. Le cose non funzionano come dovrebbero...... quando si ha a che fare con la burocrazia, ma anche i trasporti, il traffico, le banche. Informazioni poco chiare, informazioni contraddittorie.....Insomma non vorrei offendere nessuno ma dal punto di vista dell'efficienza a volte penso che è un paese un po' sottosviluppato, mi perdoni....ma non è un parere solo mio, lo chieda alle mie amiche....”.
Poi il dibattito si accende: italiani brava gente, certo, però.....

Qualcuna va oltre e azzarda volentieri dei giudizi sugli italiani sconfinando dai limiti della nostra indagine. “Gli uomini? Ti suonano il clacson per strada per farti girare. Noi siamo abituate ad andare a piedi. Camminiamo molto, torniamo anche tardi la sera. Sempre a piedi. Chissà che cosa credono...”
Ma l'occhio critico e obiettivo delle signore non si limita al giudizio sul maschio italiano. Ce n'è anche per le mamme. “Le madri qui sono troppo protettive. Sempre appresso ai figli. Va a finire che non crescono tanto autonomi.” B. la mediatrice polacca, 48 anni e due figlie cresciute qui, aggiunge addirittura che le donne dell'Est che crescono i figli qui finiscono per assumere i “difetti” delle mamme italiane. “E sa perché? per timore del giudizio”. Ma poi si chiede qualcuna saranno davvero difetti? Chi ha ragione e chi ha torto? Tra protezione e precoce autonomia per quale optare?
Anche per loro, per le donne polacche che sceglieranno di stare qui si apriranno, come per tutti coloro che vivono tra due mondi, nuove finestre, piccoli o grandi contrasti interiori. Una cultura influenzerà l'altra così come fa la lingua che si arricchisce di parole prese in prestito dalla lingua madre. Come succede per le sfumature del carattere che a lungo andare si lascia plasmare, e magari aggiunge al proprio qualcosa dell'altro, come la voglia di ironizzare sulle cose che succedono, “così tipicamente italiana”.
Anche le abitudini cambiano. “Quando sono entrata in questa casa la vicina mi ha portato un piatto di gnocchi di patate. Io le ho fatto assaggiare i nostri sottaceti che sono più dolci dei vostri. E la torta di ricotta. Ci scambiamo anche delle ricette”
Anche R. parla di nostalgia. Certo quella è sempre in agguato. Specialmente quando non si lavora e si ha tempo per pensare “o nei momenti come questo quando si parla di casa”.
Una cosa è certa, il legame col paese d'origine è forte e si fa di tutto pur di coltivarlo.
A Pasqua non ci si dimentica di andare in chiesa a fare benedire le uova e si divide l'ostia benedetta in casa come vuole la tradizione. Il giorno del matrimonio, esattamente come si farebbe in Polonia, si mette da parte una bottiglia di Vodka da stappare il giorno della nascita del primo figlio.
”Ma la festa più importante è quella del primo compleanno” conferma M. “si sistema sul tavolo una bella torta e vicino si appoggiano tanti piccoli oggetti: un pennello, un libro o un spartito musicale arrotolato, un rosario, oppure un ditale o altro, anche dei soldi”. E poi cosa succede? “Il bambino afferra un oggetto e quello si dice sarà il suo futuro”. Che futuro spera per suo figlio?. “Io mi augurerei che afferrasse un po' di soldi. Sarebbe un bel segno. Quando uno ha i soldi...dopo può scegliere.”

Postfazione
Al verificarsi di una carenza di personale infiermieristico da impiegare nelle strutture assistenziali e sanitarie pubbliche e convenzionate della provincia di Modena, la Asl di Modena ha attivato, a partire dal 2001, una serie di contatti con l'estero per offrire opportunità di impiego a donne in possesso dei requisiti idonei.
In questa ottica, l'Azienda Sanitaria, in collaborazione con Provincia e Comune di Modena e con i referenti istituzionali stranieri, ha potuto garantire la copertura di una buona parte di posti vacanti in ospedali, servizi residenziali di assistenza, case di cura, centri diurni.
Parallelamente la Asl ha messo a disposizione delle donne straniere interessate un supporto tecnico e professionale, finalizzato da un lato al riconoscimento delle loro qualifiche professionali, dall'altro ad una maggiore specializzazione attraverso corsi di formazione ad hoc.
In previsione di un potenziamento del progetto, si è ritenuto indispensabile offrire a questa particolare fascia di utenza un servizio di segretariato sociale, istituito con bando provinciale, che possa fornire gratuitamente informazione, consulenza, traduzione e disbrigo di pratiche amministrative, e occasioni di inserimento nel tessuto sociale.

Il servizio è gestito dalla Cooperativa Mediazione Linguistico Culturale Integra, che conta sulla collaborazione di oltre 100 operatori appartenenti a diverse etnie e culture.