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L'OSPEDALE |
La vita di Ester
Le storia, il
lavoro, le aspettative delle infermiere polacche che hanno scelto di
vivere nella nostra città.
Indagine condotta dallo Sportello Ester della Cooperativa Integra di
Modena
di Elena Bellei
E' attraverso il servizio Ester, uno sportello che offre
assistenza e informazioni alle donne straniere che lavorano come
infermiere nella nostra città, che abbiamo conosciuto Barbara,
Anna, Margherita, Renata, Irina e le altre.
Vengono dalla Slesia, regione tra le più industrializzate della
Polonia, che ha conosciuto negli ultimi anni una forte depressione
economica, costretto alla chiusura molte strutture pubbliche e lasciato
senza lavoro gran parte del personale sanitario.
Non sono ragioni storiche, affinità politiche o culturali,
nemmeno recenti gemellaggi economici che hanno portato in Italia
giovani e meno giovani signore polacche a ricoprire ruoli
infermieristici, ma un fortunato incontro tra domanda e offerta, che un
lungimirante funzionario dell'Azienda Sanitaria Locale ha curato con
pazienza.
E' da qualche anno infatti, per la precisione dal 2001, che l'Azienda
Sanitaria Locale di Modena ha avviato una serie di contatti con
l'estero, ed in particolare con questa regione, per offrire
opportunità di impiego.
Resta difficile, e non è comunque nostro compito, almeno in
questa breve indagine conoscitiva, cercare di comprendere le cause che
allontanano da questa professione (che qualcuno a ragione definisce
missione o vocazione) le donne della nostra regione. Ma alcune ipotesi,
verificate solamente a livello informale tra le donne, italiane e non,
che frequentano il servizio Ester, fanno credere che se la professione
di infermiera era un tempo ambìta e considerata di grande
soddisfazione, seppur faticosa e carica di responsabilità, ora
rimane agli ultimi gradini della scala delle ambizioni professionali.
Questo perché, sempre a loro dire, soddisfazioni personali e
gratificazioni economiche non compenserebbero più carichi di
responsabilità e di impegno eccessivi.
Il lavoro di infermiera andrebbe così ad
aggiungersi ai cosiddetti lavori che “gli italiani non amano
più fare”. Ma perché guardare ad Est per cercare
soluzioni?. Pura coincidenza potrebbe dire qualcuno. Eppure da quando
il nostro paese ha cominciato a confrontarsi con l'immigrazione
esistono mestieri che, a torto o a ragione, vengono associati a un
paese piuttosto che a un altro. Come succede per le lavoratrici
filippine impegnate come colf, gli immigrati del Punjab prevalentemente
impiegati nell'allevamento del bestiame, i giovani ghanesi associati
automaticamente al settore metalmeccanico, i cinesi a quello della
ristorazione.
Predisposizione naturale? Tradizione culturale o religiosa? O forse
semplicemente la cattiva abitudine a rendere stereotipo il connubio
lavoro-etnia per facilitare il pensiero e non approfondirne la
comprensione.
Resta da chiarire, e non solo in questo contesto, quanto il rischio di
questa facile catalogazione, possa trasformarsi in un freno per
differenti progetti di emancipazione.
In ogni caso Barbara, Anna, Margherita, Renata potrebbero aggiungere,
senza peccare di presunzione, che loro questo mestiere lo sanno fare
davvero bene. Basti dire che in Polonia occorrono cinque anni per
ottenere il diploma di infermiera ai quali se ne aggiungono tre per la
specializzazione, che in Italia sarà riconosciuta soltanto
quando il loro paese entrerà a pieno titolo tra i paesi
dell'Unione.
Inoltre, a detta di tutte, questo particolare impegno di cura deve
essere vissuto non come una mera professione ma come una sorta di
vocazione, con la giusta “dedizione”, che a loro non manca
di certo. Dunque se le donne intervistate dovessero elencare i problemi
che hanno incontrato in quello che comunemente viene chiamato il loro
“percorso migratorio” non metterebbero al primo posto il
lavoro.
E' pesante, costringe a turni notturni e faticosi, richiede pazienza,
ascolto e capacità di comprensione, ma non è questo che
preoccupa. Semmai il contrario, ovvero come è successo, per
fortuna per poco in alcune strutture, ciò che trovano
inaccettabile è il ricoprire ruoli sottostimati o inadeguati
rispetto alle loro competenze. Inconveniente causato forse da qualche
incomprensione iniziale ma presto superato grazie anche alla
consapevolezza dei loro diritti (Solidarnosh insegna) e alla loro
determinazione.
Una cosa è certa. Per le signore che abbiamo incontrato, che
rappresentano un esiguo campione, e per le informazioni che esse stesse
ci hanno fornito come portavoci di uno spirito femminile polacco,
l'etica del lavoro nella popolazione femminile è molto alta. Il
lavoro è un valore importante, trasmesso in famiglia fin
dall'infanzia.
Si studia molto per lavorare bene. Gli esami da superare non sono
semplici. Ci si tiene costantemente aggiornati. Solo in casi di reale
necessità, come l'attuale situazione nazionale impone, si
accetta un lavoro qualsiasi e comunque anche in questo caso lo si
svolge al meglio.
Alcune di loro (sono una settantina le infermiere arrivate dalla Slesia
a Modena) sono impegnate in strutture ospedaliere, altre in servizi
residenziali di assistenza, case di cura, centri diurni, servizi per
anziani.
Proprio con gli anziani lavora M. che vive a Modena da due anni.
“Vuole sapere il motivo per cui sono venuta?” mi chiede.
“L'ospedale dove lavoravo come responsabile del reparto di
terapia intensiva semplicemente non esiste più. Sono stati
mandati tutti a casa. Abbiamo attraversato degli anni molto duri in
Polonia. Colleghi che più fortunati di me non finivano
licenziati non vedevano però lo stipendio da mesi, oppure erano
pagati un terzo rispetto agli accordi. E' chiaro che quando si è
presentata questa opportunità l'ho presa al volo”.
La sua avventura italiana a parte qualche disguido iniziale,
(aspettative deluse rispetto alla casa, che secondo gli accordi avrebbe
dovuto essere a disposizione da subito) si è dipanata senza
troppe scosse. E' proprio qui che ha conosciuto il marito, anche lui
polacco, anche lui infermiere, l'unico uomo che faceva parte del gruppo
di trenta arrivati nel 2001.
“I primi mesi abbiamo abitato tutti e trenta in una grande casa
del centro, un vecchio convento che aveva ospitato in passato giovani
collegiali. Poi abbiamo trovato una casa e a quel punto abbiamo potuto
fare i nostri progetti familiari”. Kasper, di pochi mesi, biondo
con gli occhi chiarissimi, che fa la sua comparsa in braccio al padre
durante la nostra intervista, è il segno evidente di un progetto
realizzato.
“Non so se sarei rimasta se non avessi avuto qui mio
marito” aggiunge M.
e conferma una convinzione diffusa soprattutto tra le più
giovani: una casa come si deve, ma soprattutto la possibilità di
avere qui la famiglia sono le condizioni indispensabili per rimanere.
Per le donne adulte, quelle che hanno lontano la famiglia e vivono il
loro soggiorno in Italia come una parentesi temporanea, più
funzionale al benessere della propria famiglia che alle proprie
realizzazioni personali, la cosa cambia, così come cambia
l'atteggiamento nei confronti del lavoro, addirittura (almeno questa
è la percezione), nei confronti di questa nostra indagine
conoscitiva. Una punta di scetticismo, è riservata a tutto
ciò che fa perdere tempo. Siamo qui per lavorare pare che
dicano, e gettano un' occhiata all'orologio. Tutte le lungaggini
burocratiche, i mille fogli da compilare, le informazioni dei servizi
che in qualche caso si rivelano contraddittorie, le nostre stesse
domande sono tempo rubato, tempo che non rende.
“Si, sentiamo molto questa responsabilità”, confessa
B. “ma non da ora. Forse è stata la necessità a
renderci così concrete, a lottare per portare a casa quello che
serve, senza perderci d'animo. E negli ultimi anni, mi creda, non si
trattava semplicemente della necessità di vivere meglio ma di
sopravvivere”.
Qualcuna ricorda che forse anche l'organizzazione sociale, che ha
sempre messo sullo stesso piano uomini e donne anche nei lavori
più duri, ha forgiato in un certo senso uno specifico nel
carattere femminile polacco.
Non si sono mai perse d'animo, le signore dell'Est, nemmeno di fronte
agli screzi scaturiti dalla convivenza con le colleghe italiane.
“Quanto resterete in Italia?” chiedevano le colleghe
italiane, a volte per sincera curiosità ma più spesso per
un serio timore di retrocedere nella posizione conquistata nella fase
di emergenza, che aveva promosso al ruolo di infermiere anche figure
professionali addette alla assistenza di base.
“Competizioni professionali comprensibili più che
gelosie” dice saggiamente una di loro aggiungendo però che
quando le colleghe si mettono a parlare tra loro in dialetto per non
farsi intendere la cosa addolora.
Sono più spesso le dinamiche personali che appesantiscono il
lavoro, come ad esempio una certa insofferenza da parte dei colleghi di
fronte al piglio decisionista delle nuove arrivate. “Piano
piano” mi dicono in reparto quando mi affretto a fare le cose
“ma sa, nel nostro lavoro bisogna prevedere cosa può
servire più tardi, e organizzarsi per tempo. Io lo faccio, altri
no, poi quando c'è l'emergenza c'è sempre qualcuno che va
nel panico”.
I confronti con una diversa cultura del lavoro sono inevitabili, e sono
espressi, sempre con discrezione, nel bene e nel male. Niente da dire
per esempio a proposito della struttura organizzativa.
“L'organizzazione dei servizi ospedalieri è buona”
aggiunge una collega, “però a mio parere a volte
c'è un po' di pigrizia, c'è chi se la prende comoda. Poi
qui non c'è tanto l'abitudine a stare a sentire i pazienti. Non
si dedica abbastanza attenzione. Da noi il lavoro è tutto visto
in funzione del paziente. Devi starlo a sentire. Non le pare
giusto?.....” Una domanda come tante, che invita a riflettere.
Dubbi, confronti, aspettative soddisfatte o deluse, è in parte
ciò che ci consegna il fenomeno migratorio. Un modo di guardare
la realtà con uno sguardo diverso.
Poi c'è la lingua. L'agenzia polacca che prima dalla partenza
per l'Italia aveva il compito, come da accordi, di fornire consulenza
per pratiche burocratiche e corsi di italiano ha fatto la sua parte, ma
quattro mesi di corso sono pochi per muoversi bene in un paese
straniero.
“Una sera semplicemente mi sono ritrovata a Finale mentre dovevo
andare a Mirandola”. Racconta A. 39 anni“. Le indicazioni
sull'autobus non c'erano e io non avevo con me il vocabolario, ho
provato a chiedere ma non ci siamo capiti. E' frustrante. Succedono
continuamente queste cose quando non sai la lingua”.
Poi l'italiano dei primi tempi, quello essenziale per comperare pane,
pasta e insalata, si è via via perfezionato con altri corsi (che
lo stesso progetto modenese prevede) e con la pratica.
“Per me è stato il problema più grosso, quello
della lingua” dice Ma. di 30, “Avevo paura di sbagliare, di
fare ridere” e confermando una caratteristica tipicamente
italiana aggiunge “Gli italiani ridono quando sbagli. Lo trovano
divertente”. E, seppur rassicurata sul fatto che gli italiani
ridono per simpatia, per una naturale propensione all'ironia, la cosa
resta comunque poco gradita.
“Me la cavo bene“ dice O. 32 anni, qui da un anno “ma
mi mancano le parole per parlare con gli altri, fare delle
conversazioni, dire le mie opinioni, questo mi dispiace.”
E ancora le cose si complicano quando ci si imbatte nel linguaggio
tecnico, quello dell'amministrazione pubblica, quello della burocrazia.
Per firmare un contratto d'affitto, per compilare i documenti per il
ricongiungimento o per il riconoscimento dei titoli.
Per fortuna il servizio di mediazione fa bene la sua parte e chiarisce
le incomprensioni.
“Non mi era mai capitato di dover compilare dieci carte per avere
una risposta.” dice seccata S. 32 anni, “Da noi ci si
sbriga prima”, ma quello che affatica di più sono le
informazioni contraddittorie. Un documento che a un certo punto del
percorso diventa indispensabile, e di cui nessuno aveva mai fatto
richiesta. Un appuntamento fissato per il ritiro di una pratica che poi
viene rimandato, annullato, o peggio si rivela inutile. Regole e
normative che cambiano nel giro di pochi mesi.
Tutto ciò che rallenta, per incuria, per cattiva informazione o
per i farraginosi percorsi della burocrazia, è vissuto con
fatica e delusione. Tutto ciò che di poco o di tanto non
corrisponde alle condizioni prospettate a monte assume l'aspetto di un
involontario “tradimento”.
“Mi era stato detto che mio marito poteva raggiungermi”
dice R: “poi le pratiche di ricongiungimento si stanno rivelando
lunghissime e non so come andranno a finire”.
Ma forse vale la pena fare una considerazione, peraltro non
verificabile, sulle aspettative di chi in qualche modo viene
“invitato” a venire.
Chi si appresta a intraprendere una avventura migratoria si confronta
con una realtà spesso ostile e con delusioni cocenti. Ma ne
detiene in parte la responsabilità perché sua la scelta
originaria, (se si può dire scelta quella che nasce da una
necessità). Diverso appare l'approccio con una società
che si è detta “desiderosa“ di averti tra i suoi
membri, che ti considera risorsa preziosa per la sua organizzazione e
che su di te investe e progetta. Si presume in questo caso che il
valore contrattuale del lavoratore aumenti e con esso l'illusione di
condizioni ottimali.
“Quando siamo arrivate, io e le mie tre
compagne” confessa M. con un aneddoto a conferma di questo
sentimento “i dirigenti ci sono venuti a prendere alla stazione.
Siamo state accompagnate nell'appartamento messo a disposizione del
datore di lavoro. Ci hanno chiesto se andava tutto bene o se c'era
qualcosa da cambiare. Allora abbiamo cominciato a chiedere di tutto.
Anche le piccole cose, per esempio di cambiare le tende del bagno che
avevano un colore che non ci piaceva. Abbiamo esagerato”. Ridono.
“Si, abbiamo superato i limiti”.
Come dire: se qualcuno ci vuole qui perché la nostra forza
lavoro qui è più preziosa che altrove le attenzioni per
noi saranno infinite. Poi la realtà costringe a fare i conti con
gli imprevisti, e le delusioni sono proporzionali alle illusioni.
“Si, ci sono stati degli imprevisti. Cose che non avevo messo in
conto” ci dice R. “Ho chiesto il ricongiungimento. Credevo
fosse più facile. Mio marito ha lasciato il lavoro che aveva in
Polonia, era responsabile di una piccola azienda edile. Si occupava di
impianti elettrici.
Si era prospettato per lui un lavoro da muratore in Italia, ma adesso
qui non può restare.”
Le condizioni per il ricongiungimento infatti sono precise. Occorre
dimostrare l'idoneità dell'alloggio (sono i vigili urbani che ne
certificano le condizioni) e una busta paga del richiedente non
inferiore a 4500 euro. I tempi sono lunghi e per il momento lui
può raggiungere la moglie solo tre mesi in estate con un
permesso di turismo.
Ma R. ha pazienza. “Mi manca molto mio padre, che è
anziano e qui non può certo raggiungermi. Quando penso a lui mi
prende una grande nostalgia. Ha fatto tanto per me per poi vedermi
andare via....”
Nostalgia, “Nostàlghia”, è la parola che fa
da sfondo a molte di queste interviste, compare e scompare con uno
scatto d'orgoglio.
Tutto sommato R. si ritiene fortunata perché a Modena sta bene,
il lavoro le piace e quel che più conta, ha con sé il
figlio che da quest'anno potrà andare alla scuola materna.
Secondo la legge italiana, infatti, fino alla maggiore età i
figli non possono essere rimandati a casa.
R. ha trovato casa grazie alla mediatrice dello sportello Ester. Al
terzo piano di una palazzina poco lontano dal posto di lavoro.
“Ma non è facile trovare un alloggio a condizioni
accettabili” dice R. “Qui la gente è cordiale,
sorridente, ma quando si tratta di affittare agli stranieri ci pensa
due volte.” Perché? Giriamo la domanda proprio alla
mediatrice che negli ultimi mesi ha accompagnato le utenti nelle
diverse agenzie. “I proprietari dicono che il rischio è
grosso ad affittare agli stranieri” e riporta le loro parole.
Dicono: “Affitti a due inquilini poi dopo qualche tempo te ne
ritrovi in casa otto. Io mi sforzo a spiegare che le famiglie polacche
non sono mai così numerose....ma c'è un po' d'ignoranza.
Quando si dice stranieri pare siano tutti uguali”.
Un servizio che informava sulla nascita dello sportello Ester, mandato
in onda su una tivù locale, ha fortunatamente aiutato la
ricerca. Le storie di Barbara, Anna, Margherita, Renata hanno
incuriosito la gente. Un'intervista sul loro lavoro e sulla loro vita a
Modena le ha rese “visibili”. Qualcuna è stata anche
riconosciuta un mattino al mercato e fermata come una star. L'episodio
è stato divertente, molto di più, ha fatto arrivare allo
sportello Ester telefonate di proprietari disposti ad affittare
appartamenti alle infermiere polacche. Sarà la forza della
comunicazione, come si usa dire.
“Il problema rimane” ribatte B. la mediatrice. “Ho
incontrato gente che aveva idee molto confuse su dove fosse la Polonia
e su come si vivesse da noi.“ Ma scusi la Polonia è il
paese del Papa?” mi chiedeva qualcuno. Si è il paese del
Papa, rispondevo. E questo mi pareva il lasciapassare che metteva tutti
d'accordo”.
E' forse anche per questo che le donne polacche guardano all'Italia per
i loro progetti di vita? Il fatto che il Papa polacco sia proprio qui
è stata una spinta a decidere? Domando.
“Bé avere una cultura simile, una religione comune rende
tutto più semplice. Ma soprattutto essere a poche ore da casa
è rassicurante. Puoi tornare in estate in 13 ore di macchina e
stare con i tuoi.”
Qualcuna aggiunge che si pensa all'Italia perché è qui
che ora c'è lavoro.
“No, non vorrei che si dicesse che veniamo qui solo per il
lavoro, solo per bisogno” smentisce con decisione M. 30 anni.
“Siamo qui anche per conoscere questo paese, per imparare cose
nuove, per parlare la vostra lingua, che è bellissima”.
Le donne della terra di Chopin, del paese che non si lasciò
piegare dallo stalinismo più repressivo dell'Unione Sovietica,
del paese che più d'ogni altro tentò una disperata
resistenza di fronte al nazismo più spietato, non ci stanno ad
essere considerate forza lavoro. Preziose pedine di un gioco necessario
di domanda e offerta. Nè solamente utile risorsa per il paese
ospitante e per quello d'origine che rilancia la sua economia con le
rimesse delle immigrate. Sono donne coraggiose le donne polacche, e
curiose , che sperimentano volentieri esperienze nuove, aldilà
della necessità del lavoro. Tutte quelle che passano da Ester,
rivelano i nostri questionari, hanno interesse per la letteratura, la
musica e l'arte.
“L'Italia per me era il paese dell'arte, dell'architettura prima
che il paese dove avrei potuto lavorare. Quando pensavo all'Italia
pensavo alle sue fontane.... Le andrò a vedere prima o
poi.”
L'immagine del nostro paese filtra nell'immaginario attraverso
racconti, letture, film. Che immagine avevano le signore polacche del
nostro paese? “Conoscevamo l'Italia soprattutto attraverso i suoi
film. Vacanze Romane. La dolce vita. Fellini, un mito!” e
aggiunge una di loro in un italiano perfetto “Ah quanto mi piace
Mastroianni...”
A.M. 43 anni impegnata in un reparto di pneumologia dice “
pensavo a un paese caldo e a pasti gustosi e avevo in mente delle
canzoni italiane...che però adesso non ricordo.
La prima sera che mi hanno parlato della possibilità di venire
ho guardato sull'atlante, non sapevo esattamente dove si trovava
l'Italia....ho cominciato a fantasticare, immaginavo gente
gentile”.
E la gente è veramente così gentile? Le proiezioni della
fantasia che scorrevano sullo scherzo immaginario poco prima di partire
sono state confermate o si sono rivelate illusorie?
“La gente aiuta se sei in difficoltà. La gente è
sorridente. E qui è pieno di colori...” dice decisa Ma.
che confessa che se non fosse perché questa città
è cara, molto cara, farebbe volentieri crescere suo figlio a
Modena, sicura che sarebbe un bambino felice. “Da noi la gente
è più chiusa, più triste. La gente ha troppi
problemi.”
Nessuna delusione dunque? “Bé la delusione è questo
Occidente tanto decantato” risponde senza remore M. “La
tivù polacca continuamente dice: da noi è così in
Occidente molto meglio.... Da noi si fa questo, in Occidente molto
molto di più....Si, qui la gente è gentile ma....
dov'è l'efficienza di cui tanto si parla?”
Qualcuna ricorda che in giro per il mondo Italia non vuole dire solo
Fellini ma anche Ferrari, grandi fabbriche, tecnologia. E poi?
“Questa è veramente una gran delusione. Le cose non
funzionano come dovrebbero...... quando si ha a che fare con la
burocrazia, ma anche i trasporti, il traffico, le banche. Informazioni
poco chiare, informazioni contraddittorie.....Insomma non vorrei
offendere nessuno ma dal punto di vista dell'efficienza a volte penso
che è un paese un po' sottosviluppato, mi perdoni....ma non
è un parere solo mio, lo chieda alle mie amiche....”.
Poi il dibattito si accende: italiani brava gente, certo,
però.....
Qualcuna va oltre e azzarda volentieri dei giudizi sugli
italiani sconfinando dai limiti della nostra indagine. “Gli
uomini? Ti suonano il clacson per strada per farti girare. Noi siamo
abituate ad andare a piedi. Camminiamo molto, torniamo anche tardi la
sera. Sempre a piedi. Chissà che cosa credono...”
Ma l'occhio critico e obiettivo delle signore non si limita al giudizio
sul maschio italiano. Ce n'è anche per le mamme. “Le madri
qui sono troppo protettive. Sempre appresso ai figli. Va a finire che
non crescono tanto autonomi.” B. la mediatrice polacca, 48 anni e
due figlie cresciute qui, aggiunge addirittura che le donne dell'Est
che crescono i figli qui finiscono per assumere i “difetti”
delle mamme italiane. “E sa perché? per timore del
giudizio”. Ma poi si chiede qualcuna saranno davvero difetti? Chi
ha ragione e chi ha torto? Tra protezione e precoce autonomia per quale
optare?
Anche per loro, per le donne polacche che sceglieranno di stare qui si
apriranno, come per tutti coloro che vivono tra due mondi, nuove
finestre, piccoli o grandi contrasti interiori. Una cultura
influenzerà l'altra così come fa la lingua che si
arricchisce di parole prese in prestito dalla lingua madre. Come
succede per le sfumature del carattere che a lungo andare si lascia
plasmare, e magari aggiunge al proprio qualcosa dell'altro, come la
voglia di ironizzare sulle cose che succedono, “così
tipicamente italiana”.
Anche le abitudini cambiano. “Quando sono entrata in questa casa
la vicina mi ha portato un piatto di gnocchi di patate. Io le ho fatto
assaggiare i nostri sottaceti che sono più dolci dei vostri. E
la torta di ricotta. Ci scambiamo anche delle ricette”
Anche R. parla di nostalgia. Certo quella è sempre in agguato.
Specialmente quando non si lavora e si ha tempo per pensare “o
nei momenti come questo quando si parla di casa”.
Una cosa è certa, il legame col paese d'origine è forte e
si fa di tutto pur di coltivarlo.
A Pasqua non ci si dimentica di andare in chiesa a fare benedire le
uova e si divide l'ostia benedetta in casa come vuole la tradizione. Il
giorno del matrimonio, esattamente come si farebbe in Polonia, si mette
da parte una bottiglia di Vodka da stappare il giorno della nascita del
primo figlio.
”Ma la festa più importante è quella del primo
compleanno” conferma M. “si sistema sul tavolo una bella
torta e vicino si appoggiano tanti piccoli oggetti: un pennello, un
libro o un spartito musicale arrotolato, un rosario, oppure un ditale o
altro, anche dei soldi”. E poi cosa succede? “Il bambino
afferra un oggetto e quello si dice sarà il suo futuro”.
Che futuro spera per suo figlio?. “Io mi augurerei che afferrasse
un po' di soldi. Sarebbe un bel segno. Quando uno ha i soldi...dopo
può scegliere.”
Postfazione
Al verificarsi di una carenza di personale infiermieristico da
impiegare nelle strutture assistenziali e sanitarie pubbliche e
convenzionate della provincia di Modena, la Asl di Modena ha attivato,
a partire dal 2001, una serie di contatti con l'estero per offrire
opportunità di impiego a donne in possesso dei requisiti idonei.
In questa ottica, l'Azienda Sanitaria, in collaborazione con Provincia
e Comune di Modena e con i referenti istituzionali stranieri, ha potuto
garantire la copertura di una buona parte di posti vacanti in ospedali,
servizi residenziali di assistenza, case di cura, centri diurni.
Parallelamente la Asl ha messo a disposizione delle donne straniere
interessate un supporto tecnico e professionale, finalizzato da un lato
al riconoscimento delle loro qualifiche professionali, dall'altro ad
una maggiore specializzazione attraverso corsi di formazione ad hoc.
In previsione di un potenziamento del progetto, si è ritenuto
indispensabile offrire a questa particolare fascia di utenza un
servizio di segretariato sociale, istituito con bando provinciale, che
possa fornire gratuitamente informazione, consulenza, traduzione e
disbrigo di pratiche amministrative, e occasioni di inserimento nel
tessuto sociale.
Il servizio è gestito dalla
Cooperativa Mediazione Linguistico Culturale Integra, che conta sulla
collaborazione di oltre 100 operatori appartenenti a diverse etnie e
culture.
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