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ALL'OMBRA
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Una ferita dell'anima che ti
accompagna tutta la vita.
Zighereda racconta il dolore del corpo
mutilato.
“Sulla libertà di scelta delle donne nessun
compromesso”.
di Arianna De Micheli
Andare a trovare Zighereda fa bene
all'anima. Ti accoglie con una tazza di tè alla cannella dolce e
bollente e tu ti senti a casa tua pur avendo varcato la soglia del suo
appartamento, pieno di oggetti che parlano la lingua di una vita
vissuta e condivisa. Sprofondate nel calore di fotografie, libri, e
soprammobili, sembriamo amiche di lunga data che sorseggiano tè
e parlano del più e del meno. Eppure l'argomento è
tutt'altro che leggero: mutilazioni genitali femminili. “Una
pratica culturale e non religiosa” sottolinea Zighereda, nata in
Eritrea e approdata in Italia ben 27 anni fa. Questa signora piccola ma
vulcanica, punto di riferimento importante per le donne straniere
residenti a Modena - nel 1995 ha fondato l'associazione Donne nel mondo
– ha un sorriso che induce alla confidenza e non si stenta a
credere che in molte la chiamino Ziggy. Eppure anche la confidenza ha
dei limiti quando in gioco c'è il proprio corpo ferito, privato
del piacere, manipolato e mutilato in nome di quell'identità di
donna per cui in alcuni paesi la sola biologia non è
sufficiente. “Non ho mai chiesto – ammette la padrona di
casa - ad una ragazza se è stata infibulata o se ha subito
mutilazioni genitali di altro tipo. Dovrebbero essere loro stesse a
parlarne per prime. Ma è molto difficile”.
Africa Subsahariana – dall'Oceano
atlantico al mar Rosso, con Egitto, Yemen e Emirati Arabi – Corno
d'Africa con Somalia, Sudan del Nord e Gibuti. Ventotto paesi in cui le
mutilazioni genitali restano componente fondamentale dei riti di
iniziazione. Paesi distanti, da mille e una notte. Perché quindi
farsi il sangue amaro perdendosi in labirinti che non ci appartengono?
Siamo così lontani, così diversi…Appunto, colmare
la lontananza, perché in provincia di Modena vivono più
di cento donne somale, più di mille ghanesi, più di
quattrocento nigeriane, per citare le comunità più
numerose. Difficile dire quante di loro abbiano subito mutilazioni
genitali, quante lo accettino e condividano e quale sia il destino
delle proprie figlie. Durissimo per gli operatori sanitari dei nostri
ospedali trovarsi di fronte al parto di una donna infibulata o comunque
mutilata. Impreparati, spaesati e costretti ad affrontare qualcosa di
cui poco si parla. Ne parla invece Ziggy, ai ragazzi delle scuole
modenesi. Ragazzi schietti - privi di quell'ipocrisia indossata dagli
adulti con estrema disinvoltura – per cui conoscere è
anche confrontarsi. “L'infibulazione è praticata nella
parte settentrionale dell'Eritrea – prosegue Zighereda, la testa
un poco inclinata, spinta da una nota di discreta sofferenza - Io amo
la mia cultura ma sotto questo aspetto la detesto. Credo che rinunciare
alle mutilazioni non tolga nulla al patrimonio culturale di un popolo,
ma che anzi lo porti ad una valorizzazione. E non bisogna dimenticare
che sono le stesse donne ad operare sulle bambine. E se non è la
madre, è la nonna. Oggi la maggior parte delle ragazze giovani
sono poco propense a sottoporre le proprie figlie ad un rito tanto
devastante. Ma se la tua vicina lo fa alla sua bambina, tu sei portata
a farlo di conseguenza, altrimenti tua figlia resta
un'emarginata.”. Zighereda appartiene a tre etnie differenti - in
Eritrea sono nove – ed è cristiana cattolica, a differenza
della maggior parte degli eritrei, islamici o cristiano copti
ortodossi. “Sia l'Islam che il Cristianesimo condannano pratiche
simili”. Secondo la legge coranica, la fuoriuscita di sette gocce
di sangue sarebbe sufficiente affinché una donna venga ritenuta
escissa. Secondo il medico somalo-fiorentino Omar Abdulkadir, una
puntura simbolica sulla clitoride può essere un primo passo
avanti. Ma Zighereda di infibulazione virtuale o dolce non ne vuole
sapere. “Ti sembra dolce tutto ciò?”. La donna deve
essere libera di decidere di sé e del proprio corpo, e su questo
non sono ammessi compromessi.
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