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Mondiali antirazzisti: la coppa ai tifosi delle modenesi Brigate Gialloblu
di Daniele Barbieri e Samuel Umoette

«Cosa possiamo fare in solidarietà con i profughi sulla Cap Anamur?»: lo chiedono gli italiani dell’associazione Materiale Resistente di Correggio e un gruppo di tedeschi che raccolgono adesioni fra i circa 4 mila partecipanti della nona edizione dei Mondiali Antirazzisti. Organizzati come sempre da Progetto Ultrà della Uisp e da Istoreco si sono chiusi domenica con un bilancio tutto positivo. Beh, ad essere pignoli c’è una persona morsa da un cane. Tutto il resto ha funzionato: dalle 168 partite ufficiali al riciclaggio dei rifiuti, dai concerti alle molte iniziative collaterali, dal rapporto con la cittadina ospitante fino al sonno (quest’anno nel campeggio c’erano due “zone cori” e una “zona silenzio” per quei pochi che volevano dormire). Per la cronaca, in finale hanno vinto ˆai rigoriˆ gli ultrà della Cavese contro la squadra dei migranti nigeriani provenienti dall’Ungheria. La coppa per chi ha meglio interpretato “lo spirito” dei Mondiali quest’anno va ai tifosi delle modenesi Brigate Gialloblu; ovviamente nessuno sapeva che lunedì il Modena Calcio sarebbe finito nella tempesta del calcio-scommesse, ma la coincidenza segnala quasi simbolicamente l’abisso che separa il business e la passione.
Uber alles
Le squadre si chiamano Materiale Resistente, Red Zombies West-Berlin, Barcelona antifeixista, Collettivo sfumature, Schalker Antifa, Xm24, Comunità egiziana, Amnesty Football club, Palestra popolare Rebeldia, African Stars, Ocalan libero Kurdistan libero, Senegal, Jaima Sahrawi, Argentini di Parma, Boycott Denmark, Teste matte Manfredonia, Antifa Gottingen∑. Uno dei portieri più ammirati è davvero insuperabile, nonostante abbia un braccio solo. Lingua dominante è il tedesco. Ma anche la delegazione ungherese è nutritissima. Ci sono persino i kilt degli scozzesi. Molte le squadre miste. La ragazza che gioca con il numero 7 nel Barcelona forse non è scatenata come la Jess del film Sognando Beckham, ma poco ci manca. Si riesce a rispettare lo spirito non competitivo (qui si gioca senza arbitri) del lungo torneo? Pare di sì, i contenziosi si contano sulle dita di una sola mano. E comunque nelle fasi finali la regola dice: niente partite, solo rigori.
La sera di venerdì 9 luglio c’è l’insolito corteo-incontro fra sbandieratori e tamburi delle contrade di Castella e Fornovo con il tifo ultrà. I tedeschi di Wismut Aue aprono il corteo con lo slogan “Fotti il razzismo” su una bandiera bianca e viola. Belli anche gli striscioni di Marsiglia e Cosenza (unico gruppo ultrà italiano con un prete in testa). Tanti i veneti che ricordano il loro impegno in Chiapas (www.elestadiodelbae.org se volete saperne di più). Si vedrà un solo stendardo nazionale, quello della Palestina. I tifosi di So4 hanno per simbolo una scarpina da calcio che spezza una svastica (simile a quello dei Celtic Fan); quelli della Ternana sulla maglia si dichiarano “working class” mentre gli Ultras Ancona sbandierano Che Guevara e quelli del Francoforte hanno invece per simbolo uno strano faccione che ricorda il logo del film Arancia meccanica. Corse, bevute, cori. Immancabili, quasi ossessivi gli slogan contro Berlusconi. Poi, arrivati nella piazza centrale di Montecchio, si ascoltano i discorsi e la musica sbirciando i fuochi artificiali. Un residente ha appena commentato, con un vicino, che lui non sa il tedesco ma gli slogan “dei crucchi” suonano un po’ cupi anche in queste occasioni allegre, quando proprio un gruppo di tedeschi inizia a scandire un chiarissimo “siamo tutti antifascisti”. E pian piano il festoso corteo torna al campeggio.
Afro-ungheresi, corteggiamenti e critiche al dj
C’era un gruppo di africani assortiti, perlopiù nigeriani, a rappresentare l’Ungheria. Kinsley Ebony gioca al calcio nella seconda divisione ungherese: è lì dal 2003, dopo aver giocato nella serie A nigeriana con il Rangers International. Il suo sogno è aver l’occasione di provare per una squadra italiana.
Arite, invece, viene dalla Germania: «Ho imparato molto da questi mondiali, tornerò a casa più ricca di prima soprattutto per gli incontri serali dove si è discusso di razzismo e tolleranza. Però gli uomini italiani sono un po’ troppo insistenti nel corteggiamento».
Marit è della Roter Stern Leipzig e precisa che la loro squadra viene da tre anni a Montecchio. «E’ un‚esperienza irrinunciabile, anche se ci dovrebbero essere più squadre miste. Noi siamo un club di Lipsia con due squadre maschili, una femminile e una per bambini molto piccoli. Con noi giocano molti immigrati russi. A me piacciono anche i concerti serali».
Gli ultrà della Ternana calcio girano con il logo Working Class e sono sempre felici di raccontare tutte le incongruenze del calcio italiano: gestioni allegre, personaggi che vanno e vengono, squadre storiche che vengono smantellate, persino tentativi di strumentalizzazione dei partiti, aggiungendo i problemi industriali di Terni, il quadro risulta nero o almeno grigio; in contrasto con il vivace rosso-verde delle loro magliette. Ma - è l’opinione di chi li ascolta - sapere che qualcuno va allo stadio con intenzioni anti-razziste, che si interessa della sorte della propria squadra del cuore ma anche della propria città, è una grande consolazione per chi crede nello sport non violento.
Gibril Deen vive in Ungheria da 20 anni e parla di «un vuoto che si è venuto a creare nel passaggio dal blocco sovietico alla democrazia di stampo occidentale, al cui interno ci sono anche i trattamenti offensivi che subiscono gli immigrati allo stadio da parte dei gruppi nazisti». In Ungheria, secondo Deen, «le leggi attuali sull’immigrazione non favoriscono l’inserimento lavorativo e sociale, mentre la società nei rapporti inter-personali è invece molto tollerante». Lo conferma Isaac Oroyovwe; di origine nigeriana e coordinatore dell’African Stars Football Club che rappresenta l’Ungheria. «Le attività di Amnesty International ci danno l’input per una consapevolezza che attraversa tutta la comunità dei migranti, per questo siamo in tanti a Montecchio - spiega Oroyovwe, che aggiunge: «Siamo felici perché ci ha telefonato la tv ungherese che coprirà l’evento e ha promesso di darci maggior visibilità una volta tornati».
Dal punto di vista del calcio professionistico, il personaggio più importante è Paul Elliot. Ha giocato anche nel Pisa (nel 1997): «Ero fra i non molti calciatori di colore in Italia e in un certo senso mi sentivo come un rappresentante di persone che anche allora vivevano ai margini della società». Ricorda: «Ero molto orgoglioso della comunità africana di Pisa e in qualche modo essa si sentiva rappresentata da me, anche se in realtà io sono giamaicano». I suoi rapporti con l’Africa e l’impegno sociale (ha anche una scuola di calcio per bambini, oltre a fare il commentatore per la Bbc) continuano anche ora che ha smesso di giocare. «In Inghilterra, è considerata una offesa criminale tenere atteggiamenti razzisti allo stadio. E io credo che anche le altre nazioni europee dovrebbero inserire tali reati nei rispettivi codici penali». Elliot riconosce la legge Bosmann (quella che ha permesso la cosiddetta libera circolazione dei calciatori) come uno spartiacque: «Ha dato la possibilità di spendere la propria professionalità dove si voleva, dando un grande impatto alla race equality». Secondo lui in materia di tolleranza e anti-razzismo nello sport il modello inglese è ottimo, ma bisogna ancora sensibilizzare la gente che frequenta gli stadi «per educarla a un tifo sano, scevro da fenomeni di intolleranza di ogni forma».
La sera di sabato la squadra del Ticino-Svizzera si presenta in kilt all’ufficio stampa dei Mondiali per lamentarsi del dj che la sera non lascia dormire. «In Svizzera c’è molto razzismo, Losanna è peggio del Ticino». Raccontano: «Noi giochiamo a calcio, beviamo birra e non vogliamo avere niente a che fare con i razzisti. Però il dj tiene il volume della musica troppo alto».
Dialogo e dubbi
Com’è il rapporto fra i circa novemila abitanti di Montecchio e i 5-6 mila campeggiatori? Decisamente buono. Anche fra i meno giovani c’è chi inforca la bici e viene a mangiare qui, a buttare un’occhiata soprattutto sul variopinto popolo delle curve. Difficile, insomma, trovare qualcuno critico ma, a ben cercare, si trova. Alla domanda “che ne pensa dell’insieme?” un trentenne parte a razzo. «Ah, sono la persona giusta: giovane vedi, anti-razzista e di sinistra come loro, anche modernello con piercing e tatù. Però non tutto mi convince. Prima dico le cose sì: è sempre positivo incontrarsi; fondamentale che negli stadi gli antirazzisti si facciano sentire; bene la denuncia del business, del doping e anche di certa repressione poliziesca. E potrei aggiungere altro di positivo. Ma alcune cose no, mi convincono quasi nulla: troppa birra a esempio; ma anche un clima brutto. Io quest’anno ero in ferie forzate, così sto girando nel campeggio, chiacchiero, con un po’ di inglese mi faccio capire meglio del veneto stretto, no? Però il clima ogni tanto è brutto: alcuni urlano sempre come pazzi, ogni tanto slogan carichi d’odio, molti girano ubriachi ciucchi. Poi non so chi ha visto il documentario sugli ultrà della Cremonese che proiettano a uno dei tendoni: a me sembrano 60 minuti di delirio perché non ha senso dirsi anti-razzisti e poi odiare i mantovani in quanto tali. A parte questi dubbi, ma potrei dire cose analoghe sul Rave di Bologna, penso che la nostra sindaca stasera abbia fatto un discorso fiacco e retorico; se era alla festa del parroco non cambiava una virgola. Poi, per carità, viva questi incontri, sempre perché la società della pacifica convivenza fra popoli è un obiettivo irrinunciabile; però un po’ più di spirito critico. Il mio nome? Ecco appunto non mi faccia litigare con la mia amministrazione. Scrivete che sono un vetero anti-capitalista moderatamente alcolico».
Oltre che di calcio e razzismo, con il signor Bruno ˆ pensionato di Montecchio ˆ si parla di parmigiano: «questa è la zona storica di produzione del più famoso formaggio nel mondo» ribadisce con orgoglio. «Per noi pensionati questi Mondiali sono una moda positiva, però ci chiediamo perché non si offrono di ospitare la manifestazione le grandi città dal momento che ci sono più fenomeni di intolleranza lì». Questo il verdetto del locale “bar sport”.
E da domani
Appuntamenti futuri? Intanto è già fissata la quinta settimana d’azione del Fare (Football Against Racism in Europe), dal 14 al 26 ottobre, con iniziative contro la discriminazione dentro e fuori gli stadi. Ma qui a Montecchio si è anche accennato al modo migliore per interagire con i prossimi mondiali di calcio in Germania. Alcuni italiani e tedeschi discutono della possibilità di un osservatorio anti-razzista, anche rispetto ai lavori (le strutture d’accoglienza più che gli impianti sportivi) che impiegano molta mano d’opera immigrata. Qualcuno più avanti con l’età ricorda che, in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 1972, la sociologa tedesca Ulrike Prokop scrisse il saggio intitolato Le Olimpiadi dello spreco e dell’inganno (in italiano uscì da Guaraldi): criticava il gigantismo dello sport, in atto quanto meno dal 1952, madre di tutte le deviazioni e, già allora, chiedeva una totale inversione di rotta.
In un luogo simile ovviamente sport, antifascismo e anti-razzismo sono sempre intrecciati anche nei programmi futuri. «E’ stato un luglio resistente questo, pieno di iniziative nel reggiano» spiega Alessandra Fontanesi di Materiale Resistente «e vorremmo che restasse un coordinamento stabile». Del resto lo striscione di “Reggio Emilia antifascista” grida proprio “Sradicali” (va letto sdrucciolo), e spiega più in piccolo “Nessun fascismo metterà radici nella nostra terra”.
Chi è abituato a vedere gli stadi della serie A invasi o assediati (“e quest”anno persino il derby Roma-Lazio sospeso”, cosa che gli ultras della Ternana giudicano un “evento storico”) si stupirà che una sola partita di calcio a Montecchio sia stata interrotta. Ed è significativo il perché. Mentre giocavano due squadre di ultras tedeschi, fra gli spettatori è comparso un bandierone palestinese e allora alcuni calciatori hanno detto: “discutiamone”. Così la partita è stata sospesa: calciatori e spettatori a ragionare di anti-semitismo, islamo-fobia, muri, confini, accordi internazionali, non-violenza e diritto alla resistenza. Poi, dopo 40 minuti, con le idee più chiare si riprende a giocare. Chi ha vinto? L’intelligenza, con un bel 40 a zero.
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