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IL MONDO |
Berlino multi-kulti:
c'è posto per tutti...
Trasformazioni,
contraddizioni, di una città aperta, libera e curiosa
di Marcello Neri
Berlino, uno spazio
tanto nuovo quanto accogliente ed ospitale: non c'è persona che
passi per questa città senza percepirne il carattere
assolutamente particolare che proprio di questa tollerante apertura
verso l'esterno è costituito, in una maniera nordica così
discreta e allo stesso tempo pervasiva da stordire. Per chiarire, va
detto che Berlino - assieme a Amburgo, Brema ed alcune altre - è
una città-stato, in essa cioè vigono leggi e normative
proprie ed eccezionali rispetto al resto della comunque già
federale Germania, e ciò a causa della particolarità
della storia passata e recente della città stessa: ricostruita e
ripopolata pressoché da capo dopo la Seconda Guerra mondiale,
ulteriormente cambiata con la riunificazione che l'ha resa nuovamente
capitale, oggi Berlino è immersa in un processo di continuo
cambiamento e ridiscussione della propria identità che
rappresenta ed interpreta le contraddizioni del tempo (passato di
Einstuerzende Neubauten - "nuovi edifici che crollano" -, presente di
cantieri) e dello spazio (il paese affacciato sulle pianure asiatiche e
la metropoli che si aggrappa all'Europa). Dal volgere del secolo breve
scorso e con una lungimiranza tanto innata quanto forzata, l'apertura
cui accennavo prima sembra essere la formula adottata dalla
città per partecipare attivamente al gioco delle tensioni che si
è trovata a vivere. Vero è che alla chiusura dell'ultima
partita le cause storiche hanno fatto sì che "West-Berlin"
(Berlino ovest) ottenesse il diritto del vincitore di vincere, restare,
non cambiare, facendo momentaneamente prevalere il suo nome e con esso
tutto ciò che rappresentava; è altrettanto vero
però che la nuova unità ha portato a una situazione del
tutto originale, dove le forze - e le debolezze - in gioco si sono
combinate con grande rapidità, fortunatamente minore rispetto a
quello che nel frattempo accadeva nel resto dell'area rimasta fino ad
allora sotto l'influenza sovietica, creando tuttavia le premesse di una
trasformazione assolutamente inedita e carica tanto di speranze
luminose quanto di ferite profonde (qualcuno ricorda "Live in Pankow"
dei CCCP? Negli anni ottanta qui hanno vissuto, composto e cantato:
Pankow è un quartiere nella periferia nord-est di Berlino).
Trasformazioni, contraddizioni, reazioni
Tracce visibili di tale cambiamento si trovano in quello che era
"Ost-Berlin" (Berlino est), nei quartieri centrali di Mitte, Prenzlauer
Berg, Kreuzberg e Friedrichshain, solo in parte ridisegnati
dall'architettura popolare socialista, centro di gravità per
giovani, artisti, intellettuali ed immigrati in generale. La
quantità e la varietà delle persone che si incontrano in
negozi e locali di ogni genere e dimensione è impressionante:
assisti a un perpetuo, spontaneo e godurioso spettacolo di incroci
casuali, dove il caso trova comode anse e pause in spazi rinnovati e
resi vivi con pochi soldi ed idee semplici, a loro volta risultati di
alchimie più o meno volute fra il luogo, la sua storia e quella
dei suoi abitanti, prevalentemente giovani (circa la metà degli
abitanti di Berlino non supera i trentacinque anni!), che da ogni parte
del mondo qui si riversano e rimangono benché spesso in
condizioni di prolungata precarietà.
Se è vero infatti che i costi di affitti, servizi e sussistenza
si possono affrontare molto più serenamente che in altre grandi
città europee, Berlino è però priva di un'economia
tradizionale: il terziario impiega quasi la metà della
popolazione, con ricadute positive sia sull'utilizzo che sulla
percezione stessa dei servizi e delle infrastrutture statali. Se
paragonata a quello di altre grandi città, l'inquinamento
è relativamente limitato grazie alla grandissima quantità
di parchi e zone verdi sparse omogeneamente ovunque, alla rete di
trasporto urbano fra le più avanzate, estese e frequentate
d'Europa, alla presenza diffusa di piste ciclabili percorse da
rispettose masse… ma soprattutto perché mancano le grandi
fabbriche: quelle della DDR sono collassate al venir meno dell'Unione
Sovietica cui facevano riferimento, ma anche grandi nomi dell'industria
tedesca-occidentale hanno spostato altrove i loro complessi produttivi
lasciando qui i centri decisionali-Daimler-Benz, le filiali europee di
Kodak e General Electrics –:molti fondi statali e privati si
riversano di conseguenza nel turismo in forte crescita, nella ricerca
(moltissimi istituti medici, chimici e biologici dove lavorano giovani
ricercatori) e in nuove forme di economia che spingono sulle nuove
tecnologie, i media, l'informazione e la cultura.
In ogni periodo dell'anno Berlino ospita eventi di carattere locale e
internazionale legati al cinema, al teatro, alla musica, all'arte
museale, galleristica o muraria, alle culture di altri paesi, a
circuiti meno istituzionalizzati ma non meno fantasiosi che si diramano
dalle scene punk e techno, alle manifestazioni contro discriminazioni
politiche e sessuali, un flusso incessante di idee e fatti, una
corrente rapida da cui è facile farsi incuriosire, e travolgere.
Rispetto all'aria compressa ed ipersatura che una grande città
solitamente concede di respirare, qui si ha la sensazione di poter
partecipare a un qualcosa ancora in via di definizione, che lascia ampi
spazi fisici e mentali liberi, per i curiosi, da esplorare senza
sgomitare, anche perché la città dà l'impressione
di una miscela che, proprio per l'alta dinamicità e differenza
dei suoi ingredienti, non si è per fortuna ancora depositata in
forme omogeneizzate e puramente commerciali. Come ripetono tutti e come
si è visto dai tanti investimenti falliti negli anni novanta,
non è certo a Berlino (est) che si fanno i grandi affari, a meno
di non avere già capitali da investire con fantasia e
scommettere su tante tasche vuote, o essere buoni conoscenti o
professionisti del giro delle (ri)costruzioni di immobili.
Kein Spekuland...?
In tutta Berlino-est infatti, nei primi anni novanta, la relativa
confusione ed i bassi costi di terreni e case che non appartenevano
più a nessuno stato vengono notati e sfruttati in modi diversi,
portando al manifestarsi di due fenomeni nuovi, per quanto forse
prevedibili. Il primo ha preso la forma dell'occupazione e della
rivitalizzazione di molti edifici sia popolari che industriali da parte
di squatter di ogni genere che, abitandoli e restaurandoli, ne hanno
ricavato bar e locali storici, cucine popolari ed alla mano, gallerie e
workshop underground: l'onda e' partita da Kreuzberg gia' negli anni
'80 per poi spostarsi a Prenzlauerberg e Friederichshein dopo il crollo
del muro. Il secondo è venuto invece da ricchi gruppi
immobiliari dell'ovest: in un periodo relativamente breve e a colpi di
appezzamenti enormi, hanno acquistato l'"Est" per cifre irrisorie.
Coi soldi assegnati alla ricostruzione dal neonato stato tedesco,
comincia un lento processo di ristrutturazione, in base alla
necessità di omogeneizzare ed adattare al nuovo sistema le
condizioni sanitarie, abitative e commerciali degli immobili: è
il caso per esempio dell'installazione di sistemi di riscaldamento
centralizzati al posto delle stufe a carbone, tutt'altro che scomparse.
Con il volgere del decennio i prezzi di affitto e manutenzione di
conseguenza diventano inevitabilmente sempre più alti, per
quanto calmierati dalla generale povertà della città e
dal rallentamento dell'ondata di restauri, che rivoluziona il quartiere
di Mitte ma non penetra del tutto i restanti quartieri dell'est, anche
se già sono in molti a parlare di gentrification (cioè
quel processo di "riqualificazione" di zone centrali / popolari di una
città sotto la spinta di dinamiche immobiliari di tipo
speculativo dai forti connotati residenziali e/o alto-borghesi,
sottintesa a un ricambio - pulizia - sociale).
Molti di quelli che hanno occupato si trovano a dover trattare
soluzioni miste, come per esempio un affitto che, minimo ma pur sempre
pagato, diventa un atto di acquisto rateale; il che, riducendo proprio
la smagliatura amministrativa che aveva inizialmente permesso il
proliferare degli squat, introduce peraltro un'idea nuova della
proprietà e del profitto, suo parente stretto. Non a caso
compare poi chi nel mattone vecchio e nuovo aveva investito, e adesso
aspetta il suo.
A esempio unico la vicenda di Friedrichshain che, soprattutto negli
ultimi anni, ha attirato sempre più persone con soldi venute qui
per aprire bar e locali lucidi, "bellini", portando un'aria nuova che
però stride parecchio, cambiandolo in parte, con l'aspetto
precedente, (de)cadente ma brulicante umanità tosta e poco
patinata. Spendendo relativamente poco per affitti e licenze, si
aspettavano che l'aumentato transito di studenti, turisti e curiosi ne
significasse uno parallelo di denaro. Galvanizzati perciò
dall'affare facile, alzano oggi la richiesta tentando di fare chiudere
i locali storici, che finora esistono legalmente come associazioni
culturali o musicali, portando il contenzioso a un livello di
accettabilità fiscale/sanitaria, reclamando cioè un
adattamento a standard e licenze "comuni": in parole povere significa
che chi ha i soldi ne vuole fare molti, anzi più di chi ne ha
meno! A Friedrichshain la partita ancora non è chiusa, ma quello
che sta accadendo qui e' ormai gia' accaduto a Prenzlauerberg, e
verosimilmente rappresenta un modello forte, capace di modificare quel
sostrato di fluida incertezza nel quale naviga la città.
Ma senza stare troppo a speculare, basta percorrere una via di
Kreuzberg per farsi un'idea più chiara di quello che non
riescono ad esaurire cifre come quella ufficiale, che dà al 10%
(nel 2000) la percentuale degli stranieri a Berlino: fast food o
agenzie di viaggio turche, negozi di prodotti polacchi e russi,
pizzerie italiane ed arabe, botteghe e ristoranti asiatici, ma anche
baretti inventati in due stanze riassestate con mobili vecchi o
traboccanti design moderno, gallerie d'arte o studi ricavati da cantine
o vecchie fabbriche. Tanti volti, profumi, colori che convivono, segni
della presenza di più o meno grandi comunità di
stranieri, che sono già i nuovi berlinesi, dotati ed
automunitisi di servizi in lingua presso scuole,
radio&tv&giornali, ospedali, nonché di propri luoghi di
culto e di possibilità di rappresentanza istituzionale.
Insomma, è difficile sentirsi "forestieri" quando in tanti sono
"fuori posto": qui coi conflitti e le diversità ci si confronta
storicamente e costantemente, con attenzione e senso civile che
risultano da un processo di interazione fra una tolleranza spontanea ed
una istituzionale.
Alcune misure, come i notevoli sgravi fiscali per le giovani famiglie
con bambini, esprimono una necessità/disponibilità al
ripopolamento chiara ma selettiva, considerando i recenti tagli ai
sussidi di disoccupazione che hanno provocato ripetute ed inedite
manifestazioni dall'inizio dell'anno. Tant'è che la città
è pressoché vuota se si fa il rapporto fra abitanti - 3,4
milioni circa - ed estensione geografica (quasi 900 km2, il che fa poco
meno di 3.800 abitanti per km2, quando a Roma ci sono all'incirca 3,8
milioni di persone che abitano in 150 km2, con una densità sei
volte maggiore!): che sia la praticità tedesca sottoforma di
contraddizione?… come a dire: "Venite, c'è posto per
tutti… soldi per nessuno!!".
Non c'è motivo di meravigliarsi se in molti casi il ritmo che
scandisce la vita di chi sta a Berlino (est) oscilla fra un beato
tirare a campare arrangiandosi con poco e una frenesia paranoica per
trovare un lavoro o, come si usa dire spesso anche qui, "einen Job": la
parola inglese ben descrive il carattere estremamente fluttuante delle
condizioni lavorative, improvvisate o a termine, imprescindibilmente
legate a una percezione di insicurezza costante. Questo spiega in parte
il peculiare carattere transitorio della popolazione berlinese che fa
della città, più che una sede lavorativa o abitativa
fissa, un luogo di passaggio e scambio estremamente denso, veloce,
facile.
La geografia ha poi il suo peso: basti pensare che il confine polacco
è a neanche cento chilometri ed in cinque ore di treno si
è a Varsavia… o ad Amsterdam, Praga poi è ancora
più vicina. Non per niente gli investimenti nella rete di
trasporti urbani e di lunga percorrenza risalgono agli anni della
riunificazione, e mirano oggi a fare della città uno dei
maggiori nodi ferroviari del nord-Europa.
Via col vento (freddo)
Berlino insomma era e rimane uno dei teatri preferiti dalla storia, un
importantissimo incrocio di vie, collegamento naturale fra l'Europa e i
suoi vicini orientali, punto di transito obbligatorio, centro di
raccolta e smistamento dei traffici di merci e persone che la
attraversano in ogni direzione.
Tentando di seguire alcune di queste traiettorie, il discorso si
è forse trovato a rispecchiare l'apparente incoerenza della
città, una delle più vivaci capitali europee proprio per
la sua ambigua e (ancora) indefinita personalità. Credo sia
altrettanto doveroso precisare che le cose scritte sono state vissute e
pensate durante la corta estate concessa a Berlino nei mesi di agosto e
settembre 2004. Ma già si sta preannunciando un autunno dal
passo rapido e presto si respirerà un'aria che
assottiglierà in modo sensibile le anime avvicinandole alle
ossa, e alle stufe (l'inverno dell'anno scorso ha fatto -20°!).
Anche la città si contrarrà vivendo delle sue energie
più profonde e costanti, liberandosi di turisti e momentanei
seccatori, come me. C'è da supporre pertanto che l'affermazione
iniziale del mio amico sulle bellezze del Brandenburgo potrebbe
assumere un'intonazione meno spensierata. Eppure vedo tutti armarsi
pazienti di vestiti, carbone, tisane alla cannella, gesti che vengono
spontanei per affrontare lunghe stagioni fredde, ormai
assimilate…
Mi viene in mente quello che a proposito mi ha detto un ragazzo che da
Lanzarote-Canarie è partito per la prima volta due anni e mezzo
fa per venire a Berlino, e come molti è rimasto: "Trotzdem, ich
mag Berlin", ossia "Eppure, Berlino mi piace", e posso ben credergli.
(le Canarie?… a Berlino non manca proprio nessuno! Beh, forse il
posto da dove ognuno sente il bisogno di partire e magari di tornare
assomiglia proprio a un'isola nell'oceano spazzata dal vento del
Sahara…).
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