IL MONDO

In Argentina li chiamavano “las golondrinas”.
Negli Stati Uniti erano "birds of passage".

Partivano, si diceva, per cercar fortuna, ma non era certo che questa si facesse trovare.

di Sergio Gimelli

Una volta i dannati della terra avevano la pelle chiara e si chiamavano Santi Angelo, Olivieri Massimiliano, Nizzi Francesco. Erano braccianti, taglialegna, muratori e partivano dal Nord Italia, che allora era il Sud del Mondo, per andare a costruire ferrovie in Africa e in Siberia, a tagliare larici in Corsica, a morire in miniera nel Nuovo Messico.
In Argentina li chiamavano “las golondrinas”, le rondini, negli Stati Uniti erano “birds of passage”, uccelli di passo. Ma c’era poco o nulla di romantico. Erano nomadi per forza, come i padri e i nonni che ai tempi del Duca lasciavano in autunno i paesi dell’Alto Frignano per andare a svernare nel mantovano e nel ferrarese o a tagliar boschi in Maremma e in Sardegna. Migratori “di puntello”, talvolta spinti dalla malasorte (il cattivo raccolto, una frana, un terremoto), più spesso dalle leggi bronzee dell’economia che non sono opera della natura ma degli uomini.
Il Regno d’Italia li spinse ancora più in là, fuori dai confini della nuova patria. L’orizzonte non era più quello angusto dei tempi del Duca. Si aprivano territori sconfinati, dal Mediterraneo all’Atlantico e oltre: prima la Francia e la Corsica, poi il nord Africa, la Grecia, la Turchia, sempre più lontano. Così “las golondrinas” del Frignano arrivarono in capo al mondo, Russia, Stati Uniti, Brasile, Uruguay, Argentina. “Non c’è famiglia nell’alto Frignano – scrive Armeno Fontana – che quando si parla di emigrazione, non ricordi parenti, emigrati in tempi lontani o vicini, morti, o viventi tuttora, in varie parti del mondo con le famiglie che là hanno sostituito”.
Partivano anche le donne. “Erano domestiche, serve, donne di fatica tuttofare – racconta Aurelio Mordini – lavoravano nelle case dei signori, mentre gli uomini davano il loro contributo al taglio dell’istmo di Corinto, alla costruzione della Transiberiana, della linea ferroviaria Gibuti-Addis Abeba, all’innalzamento di dighe nel Senegal o chissà dove in Africa oppure scavavano nelle miniere di Dawson, del Belgio, del Galles, dell’Alsazia o nelle cave di marmo di Costantina”.
Non li fermava niente e nessuno, i montanari di Pieve, Sant’Anna, Fiumalbo, Riolunato, Piandelagotti, tanto c’erano le Madonne del Costolo e di Monticello che si prendevano cura di loro più dello Stato, più dei Governi, più della patria ingrata. Ma spesso non bastavano nemmeno le suppliche e la benevolenza della Vergine a evitare il peggio. Come quella volta, era il 1899, che due operai partiti da Riolunato per lavorare in Africa, sulla ferrovia Gibuti-Addis Abeba, furono ammazzati a colpi di lancia dai ribelli somali.
Qualche anno prima, a Aigues Mortes, 400 operai italiani erano stati annegati nel Rodano, come in un pogrom, “colpevoli” di rubare il lavoro ai francesi. In tutta Italia si raccolsero fondi per le famiglie delle vittime. Anche a Pievepelago dove Luigi Giovanetti, facente funzione di Sindaco, commentò indignato: “Aderendo pienamente alla patriottica sottoscrizione in favore delle vittime del massacro di Acque Morte per le quali il denaro francese, dopo la ignominiosa assoluzione degli assassini confessi, significherebbe oltraggiante elemosina, fra alcuni giorni spedirò la somma raccolta”. Che ammontò a lire 50,10 di cui ben 20 offerte dalla Cooperativa operaia Pieve-Sant’Andreapelago.
Quando non era il razzismo ci pensava il grisou ad allungare la lista dei morti: il 22 ottobre 1913 diciassette minatori di Fiumalbo rimasero sepolti nell’esplosione di una miniera a Dawson, nel Nuovo Messico. Oppure il destino che in genere non ha riguardi per i poveri disgraziati: l’8 febbraio 1926 dodici boscaioli di Piandelagotti emigrati in Corsica finirono schiacciati sotto una quercia gigantesca sradicata dal vento.
Ma il rischio, per chi scappava dalla carestia e dalla povertà, era da mettere in conto e rimanere vivi era già una gran fortuna, la prova inequivocabile del favore del cielo. I santuari dell’Appennino sono pieni di ex-voto, segni di riconoscenza per la grazia ricevuta o il pericolo scampato, storie che raccontano per immagini l’intervento divino nelle vicende umane di quegli anni: il carro si ribalta nel canale o il treno travolge cavalli e conducenti, ma la Madonna di Monticello vigila sugli sventurati e li salva da morte sicura; il taglialegna nelle Maremme sta per essere travolto dall’albero o il bambino è lì lì per essere inghiottito dal fiume profondo ma la Madonna del Costolo protegge da lontano i suoi figli a Lei devoti ed evita la tragedia.
Tuttavia il contatto con gli altri mondi, le altre culture, le altre lingue avrebbe cambiato anche quel modo di intendere la fede, soprattutto per chi restava e a casa non sarebbe tornato più, se non da vecchio. “Un cambio di mentalità si faceva strada lentamente ma inevitabilmente – scriveva Adelmo Barigazzi nelle sue note sull’emigrazione del Frignano – La convivenza con genti dalle tradizioni e opinioni diverse obbligava a riflettere sui problemi sociali, familiari, religiosi e queste riflessioni per quanto fossero superficiali in persone poco o punto istruite e che sapevano per lo più solo leggere e scrivere, quando non erano analfabete, dovevano produrre effetti di grandissimo rilievo”.
Alla fine le “rondini” , quelle più fortunate, avevano trovato un nuovo nido, specialmente negli Stati Uniti, dove vivono oggi parecchie colonie di emigrati dell’alto Frignano. Per tanti è stata dura anche lì, soprattutto tra le due guerre, quando gli americani si trovarono a fare i conti con l’onda d’urto degli immigrati e partirono i primi giri di vite, culminati nel “Quota Act” del 1929, all’inizio della Grande Depressione. Era la fine di un ciclo.
A partire dagli anni Sessanta l’America si poteva trovare sotto casa, nella grande pianura. Non c’era bisogno di imbarcarsi sui piroscafi, andare in capo al mondo a rischiare la vita. Per fare fortuna bastava scendere verso Sassuolo, Modena, Reggio, spingersi al massimo verso Milano e Torino.
Dopo, altri avrebbero preso il posto degli italiani sulle navi della speranza, altri avrebbero pagato, e a caro prezzo, il biglietto di sola andata. Ma questa è una storia che deve ancora essere raccontata.

 



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