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IL MONDO |
La corona e il turbante
di Adil Radoini
Associazione Alcantara
Ciò che maggiormente distingue l’Iran dagli altri paesi mediorientali è la fusione tra potere temporale e potere spirituale. Quella che nei libri di storia abbiamo imparato a conoscere come antica Persia oggi si chiama Repubblica Islamica dell’Iran: l’avvento degli ayatollah è un evento abbastanza recente, risale infatti a 25 anni fa. Una delle cause che hanno favorito, nel 1979, la salita al potere del clero in questo paese, che fino a quel momento era stato retto da una monarchia occidentalizzata ed occidentalizzante, è per così dire il fattore “sciita“.Nella componente minoritaria sciita (rispetto a quella maggioritaria sunnita che conta a livello mondiale l’85%dei mussulmani) esiste un clero strutturato gerarchicamente (soggetto che non compare presso i correligionari della sunna), che attualmente, oltre a gestire le funzioni religiose, ha anche un forte peso politico.In questi giorni sentiamo parlare di sciiti e sunniti, ma nonessendo sicuro che tutti sappiano la differenza proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile. Anche se oggi le differenze vertono su questioni prettamente religiose, bisogna sapere che le motivazioni che hanno portato alla nascita dei cosiddetti Shi’at Alì (i seguaci e sotenitori di Alì) sono squisitamente politiche e riguardano nella fattispecie la successione al neonato califfato islamico. Più particolarmente, alla morte per assassinio del terzo califfo Uthman, la ummah (la comunità) islamica si divise tra chi sosteneva la legittimità alla successione di Alì, genero e cugino del profeta, e quella di Mu’awiya, generale delle truppe in Siria imparentato con il terzo califfo appena ucciso. Dopo aspre battaglie furono proprio Alì e i suoi seguaci ad avere la peggio e da allora il concetto del martirio e dell’oppressione subita divenne uno dei tratti distintivi degli sciiti. Molti avranno visto le immagini in televisione di uomini che si flagellano e questo è per ricordare il martirio del figlio di Alì Hussein.Tornando alla struttura del clero bisogna dire che alla sommità di questa gerarchia troviamo la figura dell’imam (che nella cultura sciita ha accezione molto diversa rispetto a quella sunnita) guida suprema della comunità, la cui caratteristica più sorprendente è l’infallibilità, unita ovviamentea alla sacralità, dovuta alla posizione più alta nella scala religiosa. All’imam spetta poi l’esclusiva funzione di interpretare i testi sacri, cosa che non avviene nel sunnismo, in cui è la comunità nel suo insieme ad avere questo diritto condiviso con gli ulama, i dotti religiosi: è questa la differenza principale tra sciiti e sunniti.Va detto, inoltre, che l’ultimo imam, il dodicesimo, da cui la denominazione di duodecimani, è scomparso (occultato) nel 874 e ritornerà, secondo il credo sciita, solo alla fine dei tempi per portare il regno della giustizia sulla terra.Proprio per ovviare a questo vuoto di potere, Ruhollah Khomeini, nel 1970, quando era ancora in esilio in Iraq, fu il primo a teorizzare il concetto di “velayat-e-faqih” ossia del governo dei sapienti religiosi (che può essere condotto da una persona sola o da un organo collegiale) il quale, in attesa del dodicesimo imam, garantisca i poteri temporale e spirituale.Ciò che sorprende in questa autentica rivoluzione (che ricordiamo è partita dal popolo iraniano, donne comprese, le quali scendevano per le strade rimettendosi in testa il velo che il regime dello Scià aveva vietato) è l’originale mescolanza tra valori islamici e principi di democrazia moderna, a dispetto sia dei paesi circostanti sia dei paesi democratici affermati. Innanzitutto la neonata repubblica islamica viene dotata fin da subito di una costituzione (4 novembre ‘79) che viene adottata tramite referendum meno di un mese dopo (3 dicembre ‘79). La sovranità, a differenza delle democrazie occidentali, non appartiene al popolo, poichè è Dio l’unica fonte di potere: per ovviare a questo problema si è fatto uso dell’argomento teologico secondo cui, essendo la comunità rappresentante di Dio in terra, è sua la responsabilità e l’onere di organizzarsi legislativamente e esecutivamente. Da ciò è derivato il diritto di voto a suffragio universale (eleggibilità attiva e passiva per le donne) per il presidente della repubblica e per il Majlis, il parlamento.Tuttavia bisogna ricordare che gran parte delle leve del potere rimangono nelle mani della Guida Suprema, prima figura dello Stato, che ha preminenza sul Presidente della Repubblica ed è a capo delle forze armate, oltre ad avere il potere di nominare il capo del potere giudiziario. Inoltre, i religiosi controllano il Consiglio dei Guardiani, paragonabile ad un Consiglio Costituzionale, che a sua volta controlla le condizioni dell’Assemblea degli Esperti, organo tra le cui prerogative vi è quella di nominare la guida suprema (che attualmente è l’ayatollah Khamenei), infine i conservatori controllano anche i Guardiani della Rivoluzione, i cosiddetti Pasdaran.Diverse fonti concordano sulla precarietà delle istituzioni democratiche in Iran, le quali, a causa della corruzione della classe politica e soprattutto dei conservatori che detengono le chiavi del potere, non riescono ad uscire da questo impasse stagnante, caratterizzato dal conflitto tra le due anime del paese: quella riformista, che chiede maggiore libertà d’espressione e maggiore apertura, con a capo l’attualepresidente Khatami, e quella invece più conservatrice, legata agli ayatollah, che rischia di portare il paese sull’orlo della guerra civile.Concludo con la speranza che la società iraniana sappia uscire con successo ed in pace da questa fase post-rivoluzionaria affinchè l’Iran diventi uno spazio di progresso sociale, culturale ed economico.
Nelle foto (dall'alto): Moschea dello Scià Abbas a Isfahan; Scuola teologica di Kashan (particolare della moschea); Donne a Isfahan.
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