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IL
MONDO |
Il cimitero abitato
di Marcello Neri
La città de Il Cairo è tutta un museo all’aria aperta che offre, in ordine sparso, epoche, civiltà e architetture, omogenee solo per la straordinaria densità della popolazione (circa 16 milioni di abitanti). Una miscela di inquinamento e umidità ricopre oggi quella che per i faraoni era una periferia del regno e che con i romani prima e con gli arabi poi si svilupperà in dimensioni e importanza fino a diventare oggi una delle città arabe e africane più popolate e importanti.
La Città dei Morti (uno dei vari cimiteri della capitale) è situata a est del centro de Il Cairo, si estende a nord (Darrasa) e a sud della cittadella (Imam Esh-shafe’y, alle pendici della montagna Moqattam), ed è ritagliata nel tessuto urbano tra autostrade a otto corsie e nuove aree residenziali nate nel secolo scorso per “ricollocare” la popolazione cairota.Il cimitero è abitato: le tombe tradizionali includono infatti una stanza per il/i defunto/i, una o due stanze adiacenti e una corte chiusa, così da permettere ai parenti di visitare i propri morti per lunghi periodi, poiché si crede che gli spiriti transitino o si manifestino accanto alla loro tomba fra il giovedì e il venerdì. Questa concezione di essenziale vicinanza con la morte, il cui spazio rimane pur sempre nettamente delimitato e separato dallo spazio dei vivi, ha origine per alcuni nell’epoca dei faraoni, altri sostengono si tratti piuttosto di una devianza locale dell’islam (che prevede sepolture semplici); in ogni caso anche la pressione demografica, il cattivo stato delle case popolari costruite negli anni del socialismo nasseriano e la mancata armonizzazione fra salari e costi delle case hanno portato a un insediamento duraturo nella città dei morti. Alcuni hanno semplicemente occupato la tomba di famiglia, altri invece l’hanno ottenuta attraverso un “regolare” procedimento di assegnazione delle tombe abbandonate dalla discendenza, gestito dai necrofori, che costituiscono perciò la classe più agiata nel variegato e vivace microcosmo del cimitero, popolato oggi da circa 15.000 persone fra le quali impiegati, lavoratori giornalieri e gestori di piccoli commerci e laboratori.La famiglia di Rasha è venuta ad abitare qui in seguito al terremoto che nel ’93 ha abbattuto un intero settore della città vecchia, altri arrivano invece da zone rurali del Cairo o dell’Egitto meridionale e si contano già fino a due o tre generazioni di neo-cairoti che sono nati e vissuti nel cimitero. L’atteggiamento delle autorità è contraddittorio: i servizi di base sono garantiti (scuola elementare, acqua, elettricità, fognature, infermeria, autobus), ma il cimitero è anche spesso tema di battaglia politica, a giustificare interessi nemmeno troppo velati per nuove e redditizie speculazioni edilizie.Entrare nella Città dei morti significa lasciare la confusione e la frenesia de Il Cairo; per le strade del cimitero infatti regna una grande calma, pochissime macchine, il respiro e la vista si distendono lungo le viuzze sterrate, seguendo la linea delle cupole finemente decorate che muovono il profilo basso della qarafah, ovvero di ciò che è rimasto delle aree riservate alla sepoltura dei morti della Cairo fatimida, mamelucca – soprattutto – e poi ottomana.Il rischio della demolizione del cimitero, a sfregio non solo dei suoi abitanti, ma anche dell’allarme lanciato dall’UNESCO (1980) esiste. Oltre alle considerazioni umanitarie, diversi accademici locali e internazionali sottolineano l’altissimo valore architettonico e artistico di un luogo che va invece restaurato e conservato.
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