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LA
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Il crollo
Di Chinua Achebe
1999, Edizioni Jaca Book
Il crollo è una delle più grandi opere letterarie sull’Africa precoloniale ed è stato il primo romanzo in cui la storia africana sia stata affrontata da un punto di vista africano. Achebe lo ha concepito come il primo testo di un ciclo narrativo, che solo nell’edizione italiana ha preso rilievo, con il titolo Dove batte la pioggia, espressione tratta da un proverbio ibo che Achebe stesso considera emblematico del suo ruolo di narratore “… un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito, non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato. Lo scrittore deve dire alla gente dove la pioggia lo ha colpito”.
Ne Il crollo le tensioni di una società alla vigilia della rottura di un equilibrio compongono un quadro di duro realismo, di satira acuta e di sovrapposizioni ironiche, in un ritmo di tragedia che conduce il lettore ad aprire gli occhi su “dove batte la pioggia”. L’azione si svolge in terra ibo, nell’est della Nigeria attuale. Ne è protagonista un influente guerriero, incarnazione dei valori tradizionali, roccioso e inflessibile, che sarà trascinato da un’incalzante ondata di fatalità ad una fine drammatica: l’annientamento dell’uomo si snoda parallelamente e complementariamente alla trasformazione conflittuale della cultura della sua società. Un avvertimento e un monito non solo per le terre d’Africa, ma anche per la società occidentale sempre più smarrita e in cerca della sua identità.
Chinua Achebe è nato a Ogidi, Nigeria, nel 1930. Per la potenza evocativa dello stile, la psicologia dei personaggi fortemente caratterizzati, l’acuta analisi della realtà africana in rapida trasformazione, il senso epico della natura e della storia, si afferma come uno dei maggiori romanzieri africani, esercitando una notevole influenza non solo sulla letteratura africana, ma su tutta la letteratura mondiale in lingua inglese. In quattro poderosi romanzi (tutti editi in Italia dalla Jaca Book) ha evocato i conflitti individuali e sociali suscitati dalla storia: Il crollo (1958), Ormai a disagio (1960), La freccia di Dio (1964) (opere della raccolta Dove batte la pioggia), Un uomo del popolo (1966). Ha scritto inoltre The world of Obanie (1986) e Anthillis of the Savannah (1987; traduzione italiana: I viandanti della storia, Edizioni Lavoro, Roma), denuncia spietata della realtà sociopolitica nigeriana odierna e del fallimento delle ideologie postindipendenza, oltre alle novelle Girls at war (1972) e a due raccolte di versi Beware Soul Brother (1972) e Christmas in Biafra (1973). Autore di libri per ragazzi, ha curato inoltre due antologie di novelle africane. Nel ricchissimo panorama di pubblicazioni su Achebe, importante per la conoscenza del suo pensiero è il saggio di L. Trigona La maledizione del serpente, Edizioni Jaca Book, Milano, 1989.
Il commento di Samuel Umoette
Finita la sbornia coloniale inglese, l’era del governo indiretto e del Kotma, spenti i riflettori sui balli in maschera e dileguate le ultime note dei valzer viennesi nelle residenze degli amministratori distrettuali nella Nigeria Tropicale, spezzato il cordone ombelicale fatto di “materia prima” con la Grande Mamma (la Regina d’Inghilterra) e cessato il fracasso del trasloco frettoloso degli inglesi dalla colonia, perché non più attuale, la Nigeria si risvegliava dal grande sonno coloniale, claudicante, impolverata e vestita di stracci. La morte della sua cultura e la dissoluzione delle sue tradizioni avevano creato un vuoto incolmabile nell’anima di questi africani… Se un popolo perde la propria storia e i propri ricordi, cessa di vivere.
Siamo nel 1960. Venti tempestosi e opposti soffiavano nei cieli africani, sospinti dal fiato degli antenati, che si lamentavano, digrignando i denti per il freddo di oltretomba, certi di essere stati trascurati per così lungo tempo: da una parte il panafricanismo di Kwameh Nkrumah e dall’altra l’Uhuru, dall’Africa Orientale.
Nella Nigeria prendeva forza il bisogno di ritrovarsi, di recuperare la propria storia, nonostante non si fossero ancora spenti gli echi stonati, vacui e decadenti di “Rule britannico”. Tanto era forte il bisogno di sopravvivenza di questi spaventapasseri, ex domestici inglesi.
Già negli anni ’40 i giovani africani emigrati a Parigi avevano iniziato a raccontare l'Africa e a spargere nell’aria i semi di ciò che sarebbero diventate le infinite radici della sua letteratura scritta. Fu proprio allora che vide la luce il movimento artistico della “negritudine”, che, a sua volta, partorì, nella speranza, numerosi figli-artisti. Achebe è forse uno di loro?
Nel 1959, Achebe volle raccontare la storia dell’etnia ibo della Nigeria dell’Est e come per incanto nacque Il crollo. Circa dieci anni prima Amos Tutuola aveva portato lo spillatore del vino di palma a smarrirsi per poi ritrovarsi ed ancora smarrirsi nel bosco degli spiriti. Un viaggio pirotecnico nel grande bosco. Ma il viaggio del crollo non era da meno. Andava nel cuore dell'etnia ibo, nel golfo della Guinea, prima dell'arrivo dei missionari alla fine dell’Ottocento; ossia coloro che arrivarono in missione con una bibbia e un carico di polvere da sparo per conto di sua maestà la Regina d'Inghilterra. Vennero per scoprire i miscredenti nella foresta pluviale e dintorni. Le termiti che avrebbero divorato le travi del tetto di un intero continente.
Il tentativo riuscì e Il crollo divenne la prima e più importante opera della letteratura africana scritta di quegli anni. I motivi sono tanti. Innanzitutto Achebe aveva trovato una lingua… e non fu cosa da poco! Era la scrittura orale, ossia la congiunzione del verbo coloniale con la poesia dei racconti al chiaro di luna. Achebe non si curava affatto di raccontare la bellezza degli ibo, gli interessava raccontarli e basta e se ne fregava del giudizio dei potenziali lettori. Avrebbe potuto arricchirsi con romanzi di evasione, i cosiddetti romanzi del “mercato di Onitsha”, o con certe parole nostalgiche per il lontano passato precoloniale, ma decise di dedicarsi, al contrario, proprio al recupero schietto di questo passato.
Il libro, inoltre, non si accontentava di raccontare la vicenda di un villaggio africano, ma metteva in scena un dramma universale, scolpito a caratteri cubitali. Il dramma di un figlio che si ribella al padre, per poi porsi, a causa della propria debolezza e inadeguatezza, al di fuori della stessa comunità nella quale era riverito e temuto.
Il crollo è un’opera che dà lustro, nel bene e nel male, all’etnia ibo e che aiuta a ricredersi sulla possibilità di tornare alle cose di un tempo molto lontano, prima che gli anziani venissero rinchiusi nelle prigioni inglesi, colpevoli di stregoneria e paganesimo. Avrebbero saputo ancora fare venire la pioggia? Certo il recupero si presagiva lungo e difficile anche allora, ma intanto questa ritrovata dignità poteva essere l'inizio di una nuova alba.
26/01/06
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